Benito Mussolini.
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Dal socialismo alla nazione.
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1983. Edizioni La Fenice, FIRENZE, ROMA.
Collezione: STORIA, Europa, Italia. STORIA Moderna, ventesimo Secolo.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Umberto Galerati per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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Indice.
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ALLA DIREZIONE DELL'"AVANTI".	
SPLENDIDO ISOLAMENTO.	
LO SVILUPPO DEL PARTITO.	
A BATTAGLIA FINITA.	
VIGILIA.	
PARLIAMOCI CHIARO!	
AL LARGO!	
L'ANNO CH' MORTO....	.
BANDIERA ROSSA A PALAZZO MARINO!	
ABBASSO LA GUERRA!	
IN TEMA DI "NEUTRALIT" ITALIANA.	
DALLA NEUTRALITA ASSOLUTA ALLA NEUTRALITA ATTIVA ED OPERANTE.	
[LE RAGIONI DEL DISSIDIO E LE DIMISSIONI].	
[GUERRA E NEUTRALITA].	
CONGEDO.	
LA NEUTRALITA SOCIALISTA UNA LETTERA DEL PROF. MUSSOLINI.	
MUSSOLINI RICONFERMA LA SUA AVVERSIONE ALLA NEUTRALIT.	
AUDACIA!	
PER L'ESPULSIONE DAL PARTITO.	
COMMENTO.	
GUERRA DI POPOLI.	
PER LA LIBERTA DEI POPOLI, PER L'AVVENIRE DELL' ITALIA.	
ANIMA E VENTRE.
IL DOVERE DELL' ITALIA.
O PRIMA O POI.
FRONDA....
IL PARTITO DEL "NI".
LA PRIMA GUERRA D' ITALIA.
ABBASSO LA PACE!	
IN ALTO MARE!	
DISCIPLINA?	
ALLE ARMI!	
..... E GUERRA SIA.
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Fine Indice.
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ALLA DIREZIONE DELL'"AVANTI".
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Scaduti i quattro mesi dall'accettazione della nomina a direttore dell'Avanti! (per la quale accettazione avevo posto la condizione di provvisoriet che sempre permane con la piena consapevolezza dei compagni della Direzione del Partito e del giornale); assolta la necessit materiale e morale di porre ogni mia cura non ad una distinta funzione, ma a quel conglobato di delicatissime responsabilit politiche ed amministrative interne risultanti principalmente dalla vittoria rivoluzionaria di Reggio Emilia, quando la forte compagine degli interessi del Partito sembrava presentarsi men salda, mi ritiro oggi per ritornare al mio posto di battaglia fra i lavoratori di Romagna con la fiducia che forse non inutile fu l'opera oscura e coscienziosa del mio breve e laborioso passaggio all'Avanti!
Come fui orgoglioso di ricevere la direzione del giornale da Claudio Treves, cos con orgoglio la cedo a Benito Mussolini che sar la squilla mattutina della nostra giornata rivoluzionaria, dalla quale egli continuer a trarre fortunati risvegli per l'intero Partito Socialista.
Ai colleghi assidui ed intelligenti del giornale e dell'Amministrazione; ai bravi operai vada il mio riconoscente saluto, ed il buon augurio al loro lavoro aspro ma ricco d'intime soddisfazioni; ai compagni che, nella stessa ora del distacco, mi vollero alla carica di Presidente della Societ Editrice dell'Avanti! i miei ringraziamenti; ai socialisti d'Italia mi sia consentito di mandare l'affettuoso grido di stringersi sempre pi intorno al loro giornale centrale, il vessillifero di tutte le loro lotte, di tutte le loro aspirazioni, raccolte e coordinate quotidianamente al supremo intento dell'emancipazione della classe operaia.
Viva l'Avanti!
Viva il Socialismo!
GIOVANNI BACCI
L'amico e compagno carissimo Giovanni Bacci, in conseguenza degli improrogabili impegni da lui assunti colle organizzazioni economiche del Ravennate che molto si giovarono e ancor pi si gioveranno dell'opera sua meritatamente apprezzata e solertissima, mi trasmette oggi la Direzione di questo giornale che rappresenta il sacro patrimonio morale e materiale dei socialisti italiani. Ed io nell'accettarla, nell'assumermi questo compito ponderoso - delle cui difficolt d'ordine diverso, ho ben chiara nozione - ho l'animo tumultuante e diviso fra opposti sentimenti di trepidazione e d'orgoglio. Non ho promesse, n programmi speciali da esporre, perch un giornale socialista ha gi tracciata la sua diritta strada. Ma non ritengo tuttavia superflue alcune dichiarazioni che serviranno a sgombrare il terreno da ogni equivoco ed eviteranno il prodursi di eventuali e sgradite sorprese. Dopo il congresso di Reggio Emilia la frazione vittoriosa aveva ed ha il dovere di assumersi la responsabilit completa del proprio esperimento, dinnanzi al Partito e al Proletariato. Ora l'Avanti!, dal congresso di R. E. ad oggi, ha seguito - non certo per determinato volere di uomini, ma piuttosto per necessit di cose - un temperato e forse utile indirizzo di transizione e di conciliazione.
La frazione rivoluzionaria non ha abusato della sua vittoria. Ha dato al non discusso, ma implicitamente approvato ordine del giorno Lerda, la pi lata, la pi benigna, la meno domenicana delle interpretazioni.  riuscita cos a mantenere - in questo momento critico della vita politica italiana - ben salda la compagine del Partito e il Partito - liberatosi dalle sue scorie - va rifiorendo meravigliosamente in tutta Italia, va cio riacquistando quell'anima nazionale e internazionale - d'insieme - che aveva smarrito nella decennale pratica frammentaria e slegata del riformismo socialista, opportunista e personalista.
Ma la sincerit c'impone di dire che questo indirizzo di transizione dev'essere corretto e cio accentuato verso la concezione del divenire socialista che  la nostra e che abbiamo il diritto e il dovere di difendere servendoci degli organi da noi legittimamente conquistati. Il giornale rimane sempre - ci par quasi pleonastico dichiararlo, e sarebbe per noi offensivo il supporre altrimenti - organo del Partito unitario in tutte le sue frazioni, gradazioni, sfumature; rimane cio una libera piattaforma aperta a tutte le voci, a tutti i dibattiti, a tutti coloro che abbiano dei concetti da esporre o intendano comunque di portare un contributo alla nostra indefessa battaglia; ma sar d'ora innanzi pi rigidamente e sistematicamente informato ai criteri espressi negli ordini del giorno che trionfarono a Reggio Emilia sostenuti e condivisi dalla stragrande maggioranza dei socialisti italiani. Sar cio pi rivoluzionario, non contro le altre frazioni del Partito - alle quali abbiamo dimostrato, coi fatti!, di essere molto meno settari e faziosi di quanto si amava credere e far credere - ma contro il nemico comune: la borghesia sfruttatrice.
Io muovo in cammino col fardello intatto delle mie idee e spero di toccare la meta; spero cio di non essere indegno della fiducia riposta in me dalla Direzione del Partito quando mi affidava il compito di reggere e sollevare ben in alto questa gloriosa bandiera contro i nemici, e per tutte le rivendicazioni del Proletariato.
Agli avversari di tutti i partiti - mi piace citare fra i molti quelli dell'Azione Socialista che hanno annunziato la mia nomina con discrete e lusinghiere parole - il saluto cortese delle armi; ai compagni che daranno opere e idee al giornale, ai colleghi di redazione e collaboratori che divideranno con me la quotidiana fatica, il saluto della fede e della solidariet.
Ed ora, o socialisti d'Italia, mettiamoci con rinnovata energia al lavoro. Promettiamo solennemente di dimostrare ai filosofi della borghesia reazionaria, al blocco dei partiti avversari, ai piccoli governanti della monarchia sabauda, che la vitalit del socialismo italiano  perenne.
Viva l'Avanti!
Viva il Partito Socialista!
Viva la Rivoluzione sociale!
BENITO MUSSOLINI
Dall'Avanti! (I, 198), N. 334, 1 dicembre 1912, XVI.
 SPLENDIDO ISOLAMENTO
Siamo soli. Siamo stati soli. Ieri nell'opposizione alla guerra libica, oggi nella protesta contro la politica peculiarmente giolittiana del massacro.
Lo constatiamo, senza rammarico. Anzi, con piacere. Gli altri Partiti si sono eclissati.
La democrazia si  limitata alla cronaca e a qualche commento prudentissimo, per non dire anguillesco; i repubblicani hanno disertato i comizi dove avrebbero potuto far echeggiare la nota antimonarchica; il giornale quotidiano diretto da un destro o da un autonomo non ha.... insistito!
Solo il Partito Socialista ha alzato la sua voce di protesta, interpretando gli sdegni e i propositi del proletariato.
Continua cos quel nostro "splendido isolamento" che ebbe inizio dall'impresa di Tripoli, e ci ha rinfrancati e ricondotti ai salutari contatti colle masse proletarie le quali ascoltano sempre volentieri - malgrado deviazioni di uomini e di tendenze - la parola del socialismo.
La protesta contro gli eccidi  riuscita. La parola d'ordine della Direzione del Partito non  caduta nel vuoto.
Forse, l'agitazione pi che profonda  stata vasta; estensiva pi che intensiva.
Comunque la sua grande importanza  indubbia. E non sfuggir a nessuno quando si pensi che il proletariato italiano che esce ora da una lunga crisi che lo ha per lungo tempo travagliato, quando si ricordi che dei partiti politici cosiddetti popolari uno solo pu dirsi ed  ancora vivo: quello socialista; quando si tenga presente che la guerra e l'esaltazione della guerra conduce ad una specie d'incallimento della sensibilit morale e a un deprezzamento del valore della vita umana; quando si pensi a tutto ci si deve convenire che la protesta - culminata nei numerosissimi comizi di ieri, di cui pi sotto diamo notizia - ha superato le nostre pi ottimistiche previsioni e deve aver impressionato gli avversari e il Governo.
Segno evidente e confortevole che il proletariato italiano non  diventato completamente sordo ai motivi ideali. Ora si tratta, come dicemmo l'altro giorno, di tenacemente persistere.
C' quindi tutto un vasto lavoro da riprendere e da intensificare se vogliamo con mosse rapide, simultanee, generali, fronteggiare e dominare gli avvenimenti.
Noi sentiamo che il socialismo sar domani un altro "momento" nella storia d'Italia.
Dall'Avanti!, N. 13, 13 gennaio 1913, XVII.
 LO SVILUPPO DEL PARTITO
Le recenti sedute e le deliberazioni della Direzione del Partito meritano di essere commentate e noi ci proponiamo appunto di farlo con una serie di articoli. Cominciamo, senza pi lunghi preamboli, dalle comunicazioni del Segretariato.
Da esse risulta che dal congresso di Reggio Emilia ad oggi, ben 272 sono le nuove sezioni entrate a far parte della famiglia socialista italiana e di queste 161 solo nei due mesi di gennaio e febbraio del 1913. Cifre confortanti e lusinghiere anche se non si ha il feticismo del numero e della quantit.
Ad ogni modo la quantit precede la qualit, come la raccolta del materiale precede la costruzione dell'edificio. In fondo, anche i dispregiatori del numero tendono a far numero. Tutti i Partiti cercano di suscitare adesioni e simpatie materiali e morali pei loro programmi; tutti i Partiti s'ingegnano a reclutare nuovi aderenti, fra la massa neutra o fra gli stessi avversari. Un Partito  veramente morto quando la idea che lo animava non esercita pi fascino alcuno; quando cio non  pi capace di fare proseliti fra le generazioni che sopravvengono. Pareva che questo fosse il triste destino del Partito Socialista Italiano. Ma i filosofi e i politici si sono grossolanamente ingannati. Pel "ramo secco" passano ancora delle linfe vitali e quei signori che avevano intonato - assai in anticipo - l'epicedio, oggi hanno mozzata in gola la loro nenia dalla realt che li sorprende e, forse, li impaura.
La realt  che il Partito non  morto, perch non poteva morire; la realt  che il Partito aumenta e si espande perch la sua funzione, particolarmente in Italia,  ben lungi dall'essere compiuta. A un dato momento, due critiche impetuose si sono abbattute sul Partito inteso come associazione di uomini che si servono di determinati mezzi per raggiungere un determinato fine nel quale "credono" perch ogni finalit  un atto di fede: la critica sindacalista e quella riformista.
Dal momento che, secondo Sorel, il socialismo diveniva per via economica e non per via ideologica, il sindacato doveva sostituirsi al Partito. Si disse che il sindacato di mestiere bastava a "tutto". Questa formula superba  stata oggi corretta e limitata in quest'altra pi modesta che noi pure accettiamo: il sindacato basta a se stesso. Il sindacalismo non  stato che l'esagerazione dell'errore di Marx e dei suoi immediati discepoli, consistente nell'attribuire una importanza iperbolica all'Homo oeconomicus, mentre l'uomo non  solo un produttore o un consumatore di beni materiali, ma qualche cosa di pi complesso e di pi armonico dotato di bisogni superiori.
Il socialismo considera l'uomo e non solo il produttore; il socialismo  la risoluzione del problema proletario in quanto  problema umano. I vecchi socialisti con molta esattezza hanno sempre parlato di una "questione sociale" e non di una sola "questione economica".
Il sindacalismo non ha visto che un aspetto della realt: quello economico: ecco la ragione della sua clamorosa dbacle.
Giorgio Sorel che voleva ostracizzare i partiti, ha potuto constatare l'inutilit dei suoi sforzi e l'assurdit della sua previsione. I Partiti vivono. E il Partito Socialista  pur sempre una fra le grandi forze che accelerano la trasformazione della societ attuale.
La critica riformista partiva da altre premesse ma giungeva alle identiche conclusioni. Il riformismo pratico, realizzatore e concretista, ha sempre avuto in gran dispregio le pregiudiziali programmatiche dei Partiti che impediscono di considerare i problemi nella loro relativit. Basta cogli scrupoli dei Partiti e colla loro crassa incompetenza! Noi vogliamo lavorare nel presente, penetrare nella societ borghese, vogliamo essere dei "tecnici" non dei "visionari"! In queste parole c' tutta la mentalit riformista. Ma i riformisti italiani non sono giunti alle ultime conseguenze logiche della loro concezione, perch oggi dovrebbero trovarsi tutti a fianco di Salvemini.
Hanno voluto, invece - essi i dispregiatori dei partiti! - fondarne un nuovo, condannato per la contraddizione che nol consente, a esaurirsi e a morire.
* * *
Quando il congresso di Reggio Emilia vot la famosa espulsione parve che il Partito Socialista dovesse - per la scissione - correre alla rovina. I giornali borghesi commentavano con mal celata gioia l'avvenimento.  la fine!
Il Partito Socialista  ormai un'ombra, una parola. La guerra libica lo ha indebolito. La scissione lo stroncher. Vani presagi! Sono passati alcuni mesi e il Partito rifiorisce.
I sintomi sono evidenti. Ecco le sezioni che aumentano e non gi solo perch approssima l'esperimento del suffragio allargato; certe plaghe rurali che parevano morte per il socialismo ritornano a dare militi per la nostra battaglia, e risorgono i molto ingiustamente diffamati circoletti; il Partito che si era troppo settentrionalizzato ridiventa italiano; anche nelle isole dimenticate come la Sardegna si riprende l'opera di proselitismo collo stesso entusiasmo dei primi anni. Il Partito riguadagna in tutta Italia il contatto colle grandi masse lavoratrici. Altri segni confortano. Malgrado la disoccupazione che travaglia i lavoratori della terra, malgrado la grave anemia finanziaria, conseguenza diretta dell'immane salasso libico, la sottoscrizione per questo giornale ha raggiunto in poche settimane un totale che nessun ottimista avrebbe osato sperare, quando, in ispecie, si pensi che i socialisti italiani sono tutti oberati dagli impegni locali e che, in genere, il sovversivismo italiano  stato sempre assai riluttante al sacrificio pecuniario. I destri stessi tornerebbero assai volentieri nel vecchio Partito, che ha dimostrato di saper vivere, e la democrazia, che dopo le Assisi di Reggio Emilia ci dichiarava la guerra, oggi, falliti i suoi pronostici e constatato il pietoso fallimento destrista, intona inutilmente il "vieni meco" e si agita invano per creare - Dalla Torre e Caron aiutando - una piattaforma anticlericale con relativi blocchi massonico-popolari.... La nostra migliore vendetta  nelle cose. Sono i morti che ridono in faccia ai vivi. Certo, l'opera nostra non  completa. Dopo la quantit occorre la qualit.
Bisogna che il Partito Socialista, oggi convalescente, si guardi dalle ricadute, sempre pericolose, qualche volta letali. Occorre, specie in questa vigilia elettorale, ristabilire quel buon costume politico che fu, un giorno, il vanto del socialismo italiano.  necessario strappare il socialismo dall'angusto localismo e ridargli degli scrupoli morali. Il nitciano "nulla  vero, tutto  permesso" non pu essere la formula dell'attivit socialista. L'intransigenza politica  nulla, se non  tutt'uno coll'intransigenza morale. Ci che ha contribuito a svalutare il socialismo italiano  stato questo facilonismo e menimpippismo morale e politico; per cui ognuno ha fatto indisturbato i propri comodi e qualche volta i propri affari. La morale socialista diventava la brutta copia di quella "morale borghese" fotografata da Ippolito Lencou in un libretto ch'ebbe dieci anni fa una certa diffusione. In Italia si perdona troppo agli arrivisti, ai funambuli, agli avventurieri della politica. Ora il Partito Socialista deve continuare la sua epurazione morale. Liberarsi da tutti gli elementi incerti e compromettenti. 
Le perdite saranno ricompensate ad usura. Tutti coloro che cercano nel socialismo soddisfazioni personali e materiali, tutti coloro che considerano la politica in genere e quella socialista in ispecie come un gioco, se non un mercato, tutti coloro che non sono pronti al sacrificio assiduo, quotidiano, disinteressato, indietro! Nella nostra aspra e dura milizia non c' posto per loro!
Dall'Avanti!, N. 68, 9 marzo 1913, XVII (a, 593).
 A BATTAGLIA FINITA
Lo sciopero generale  finito. Un comizio movimentato e tempestoso durato oltre quattro ore, ha deciso la ripresa del lavoro contro il proposito di una fortissima minoranza che chiedeva la prosecuzione del movimento. Milano, la "nostra" Milano, nostra perch noi pure amiamo questa citt piena di vita, non foss'altro perch reca nel suo prodigioso grembo le avanguardie proletarie pi numerose e combattive, Milano respira. L'incubo  dileguato. La "burrasca" - grossa o piccola -  passata. Tutto ritorner gradatamente normale.
E non solo Milano che  stata teatro dell'avvenimento grandioso, ma tutta l'Italia borghese e ufficiale apprender con soddisfazione che gli operai ritornano al duro calvario dei cantieri e delle officine. Ed ecco la domanda che sgorga spontanea dai cuori e dalle labbra: lo sciopero  finito con una sconfitta o con una vittoria? Ci riserviamo a mente pi riposata e a nervi meno tesi di fare la storia critica di queste giornate per trarne tutta la esperienza che ci deve servire pel futuro, ma questo non c'impedisce per di dichiarare fin d'ora e con sicura coscienza che gli operai hanno vinto. Certo, noi volevamo qualche cosa di pi. Perch noi, colle nostre passioni, coi nostri sogni, coi nostri odi e colla nostra fede, siamo andati gi oltre, ma la folla non ancora pu tendere sino allo spasimo l'arco della sua volont per scoccare l'infallibile dardo che deve colpire nel cuore il vecchio mondo borghese.
Non si pu l'impossibile,  vero, ma tutta la storia  l'impossibile, l'assurdo, l'imprevisto divenuto la realt forgiata dal cervello e dal muscolo dell'uomo, che , come Protagora filosofo greco ammoniva, la misura di tutte le cose. Certo, il programma "catastrofico" che noi avevamo tracciato, non si  completamente attuato.  rimasto parola, non sempre  diventato atto. Ma noi sentivamo il bisogno di dire al proletariato che cosa  per i socialisti rivoluzionari lo sciopero generale in quella che si potrebbe dire la sua significazione e portata "massimalista". Noi riconosciamo dunque che lo sciopero non  stato cos generale come avrebbe potuto esserlo in altre condizioni. Ma appunto per le condizioni specialissime di ambiente in cui lo sciopero generale si  svolto, esso si  conchiuso con una vittoria la cui importanza non pu essere diminuita da sofismi inutili o da tediose recriminazioni. Vittoria materiale? Non oseremmo vantarcene troppo. Qualche cosa si  ottenuto. Il prefetto ha dato alcune assicurazioni che - comprimendo, per un momento, il nostro scetticismo in materia di promesse governamentali - vogliamo credere tassative; alcune decine di arrestati all'impazzata sono stati rilasciati nel pomeriggio di ieri, e, molto probabilmente, anche gli altri gi deferiti all'autorit giudiziaria troveranno giudici meno inumani. Tutto ci potrebbe costituire l'attivo "materiale" dello sciopero.
Era questo, in fondo, il semplice obiettivo del comitato "unico" d'agitazione dal quale non ci dolemmo di restare estranei, perch, come socialisti, non volevamo vincolata la nostra libert d'azione. Ebbene, noi rinunciamo a questo attivo.
Se qualche gelido computista dei movimenti sociali ci venisse a dimostrare che il risultato materiale dello sciopero  stato nullo, egli non riuscirebbe a turbare la nostra soddisfazione, ad avvelenare la nostra gioia. Dieci o venti scarcerati, quindici o trenta giorni di anticipo nei processi d'appello, che importa tutto ci?... Il significato dello sciopero generale sta altrove. Per noi lo sciopero generale di protesta aveva gi in s il suo valore e il suo obiettivo. La riuscita stessa dello sciopero generale  la pi grande vittoria dello sciopero generale. Vittoria morale, ideale, indiscutibile e grande anche se non fosse stata suffragata da concessioni prefettizie. Per sentire la verit profonda di quanto veniamo affermando, chiediamoci: Chi avrebbe mai sospettato che dopo nove anni di critica e di denigrazione riformista fosse ricomparso all'orizzonte il "fantasma fosco" dello sciopero generale? Non  vittorioso uno sciopero che "impone" un arresto cos "sensibile" in tutta la vita cittadina? C' stata o non c' stata una sosta? una pausa? una parentesi? Non  una vittoria l'aver stretto - sia pure temporaneamente - in un fascio unitario tutte le forze del proletariato milanese? Chi lo avrebbe immaginato dieci giorni fa quando pi feroci imperversavano le polemiche?
E non  una grande vittoria morale l'aver dato - da Milano - una violenta scossa a questa Italia accidiosa e intorpidita che pur ieri non seppe trovare uno scatto di protesta alla notizia del massacro d'Ettangi? Ci voleva questo sciopero per dimostrare ai governanti che il proletariato esiste ancora, malgrado la guerra che lo ha decimato in Libia e ubbriacato in.... Italia! Ora la prova  compiuta. Si poteva prolungarla? Forse, ma allora poteva perdere della sua efficacia. Dopo la decisione del Comitato Unico d'agitazione responsabile della direttiva del movimento, lo sciopero era virtualmente finito.
E allora piuttosto che vederlo agonizzare sotto l'ironia verde dei borghesi, meglio  stato troncarlo. Nato con un atto di volont proletaria, con un atto della stessa volont doveva perire. Il proletariato che ha espresso dalle sue viscere questa mirabile creatura, ha su di lei - incontrastato il diritto di vita e di morte. Del resto le ipotesi erano due, nel caso di una ulteriore durata del movimento: o prolungando lo sciopero lo si "parzializzava" sempre pi, o facendolo ad oltranza doveva sboccare in un moto apertamente insurrezionale. La massa posta davanti a questo tragico dilemma ha accettato - sia pure a malincuore - di tornare al lavoro.
Lo sciopero  finito, ma la battaglia continua. Continua cio la nostra opera demolitrice e ricostruttrice. La borghesia non si rallegri troppo: questi sono i preludi, la grande sinfonia verr.
Dall'Avanti!, N. 167, 18 giugno 1913, XVII.
 VIGILIA
Alla vigilia del tanto atteso giudizio popolare sulla guerra libica, qualcuno, trepidante o malcerto, insinua che il Partito Socialista ha giocato una carta rischiosa accettando la piattaforma anti-guerresca. V'ha chi osserva infatti, che trattandosi di un avvenimento ormai compiuto, le recriminazioni sono inutili; altri teme che l'isolamento del Partito - riaffermato nel manifesto elettorale cos aspro e scevro di blandizie - abbia tristi risultati elettorali. Non  cos. Non pu essere cos. Ad ogni modo giova ripetere in quest'ora che l'atteggiamento del Partito prima, durante e dopo la guerra, non poteva essere diverso da quello ch' stato. Che importano 50 o 100 mila voti.... se per raccoglierli sia necessario rinunciare al proprio modo d'essere e "suicidare" il Partito? Nel discorso pronunciato a Forl, chi scrive, ha precisato le ragioni fondamentali, logiche, indistruttibili della opposizione socialista alla guerra. Ha dimostrato che il socialismo italiano non poteva in alcun modo agire diversamente. Lo devono riconoscere - onestamente - gli stessi avversari. Nel settembre del 1911 il Partito Socialista Italiano si  trovato d'improvviso dinanzi al fatto della guerra. Vi si  trovato impreparato dal punto di vista politico e culturale anche. I problemi coloniali non sono stati ampiamente discussi dal socialismo italiano.
 L'impreparazione politica fu palese con l'insuccesso dello sciopero generale. Ma dinanzi alla guerra, guerra, si ricordi, di conquista e preparata e voluta da quelli che nel gergo costituzionale si chiamano i "fattori irresponsabili" e sui quali, ad ogni modo, il popolo non ha possibilit veruna di controllo; dinanzi alla guerra il Partito Socialista non aveva da scegliere che uno fra tre atteggiamenti possibili: o la neutralit, o l'adesione, o l'opposizione. La neutralit? La sola ipotesi ci porta ai confini del ridicolo! Neutralit dinanzi a una guerra, dinanzi, cio, a uno degli avvenimenti pi gravi e pi solenni nella storia di un popolo?
Ammessa e non concessa la possibilit di una linea di condotta pilatesca, essa sarebbe stata la pi anti-italiana, la pi anti-patriottica, la pi anti-nazionale pensabile.... Nessun partito socialista di nessun'altra nazione, in contingenze storiche simili alle nostre, si  votato al disinteresse, ma ha preso posizione e posizione contro. Ricordiamo l'atteggiamento dei socialisti spagnuoli e francesi dinanzi alla guerra del Marocco, l'atteggiamento dei socialisti e liberali inglesi di fronte alla guerra del Transvaal!...
L'adesione? Aderire ad una guerra di cui ignoravamo i moventi, di cui si sfuggivano gli obiettivi? Unire la nostra voce al coro patriottico dei nazionalisti? Confonderci coi nostri nemici? Accettare la complicit delle loro menzogne? E la responsabilit delle vite umane schiantate sulle sabbie desertiche della Tripolitana? L'adesione alla guerra ci avrebbe "snaturato". Non saremmo stati pi noi. Come avremmo ripreso la nostra fisionomia? E la nostra funzione?
Come avremmo potuto negare in seguito tutti gli aumenti di spese militari conseguenza diretta della guerra libica?
Quelli stessi che trascinati dal sentimento e da premesse teoriche hanno dato alla guerra un'adesione condizionata - circondata da tutti i se e i ma che la prudenza politica o dottrinale consiglia - hanno sentito poi tutta la contradittoriet del loro atteggiamento che le masse hanno giudicato opportunista e insincero.
 divertente assistere agli acrobatismi mentali di coloro che a due anni di distanza tentano di conciliare l'adesione di allora colla opposizione di adesso. C' chi recita apertamente l'atto di contrizione: pensando che se Parigi valeva una messa, un collegio vale bene un mea culpa.... Ma qualcuno ricorre ai sofismi, ai cavilli per salvarsi l'anima e non perdere i voti.
Il proletariato ha le sue buone ragioni per diffidare degli uni e degli altri.
Non restava che la terza via: l'opposizione alla guerra.
Le ragioni ideali e pratiche di questa opposizione sono state troppe volte lumeggiate e specificate qui, su queste colonne, perch si debba oggi insistervi. L'adesione - larvata o palese - alla guerra, avrebbe ucciso il Partito; l'opposizione, recisa e implacata, lo ha salvato.
Il responso delle urne conforter domani questa nostra affermazione.  domani, che noi vedremo finalmente alla prova dei fatti quale consistenza avesse la famosa "unanimit nazionale" che serv ai nazionalisti per cacciarci al bando dall'Italia, e - quel ch' peggio! - per cacciare l'Italia nel cul di sacco tripolino.... Nel momento in cui, col suffragio universale, si apre un nuovo periodo nella storia politica d'Italia, i socialisti hanno la coscienza tranquilla. Ecco perch esortiamo ancora una volta i compagni e i proletari tutti a non disertare le urne!
Dall'Avanti!, N. 296, 25 ottobre 1913, XVII.
 PARLIAMOCI CHIARO!
Bando alle illusioni e parliamoci chiaro, ora che il momento  opportuno.
Che il Partito Socialista abbia condotto una buona battaglia e che i suoi sforzi siano stati coronati dal pi lusinghiero successo, nessuno contesta pi.  un fatto. Sono cifre. Ma.... son dolori se il Partito crede o s'illude di aver compiuta l'opera spazzando via dalla scena politica parecchi rappresentanti della reazione dernier cri, e i dolori aumenteranno se la elezione di 53 deputati sembrer a taluno giustificazione sufficente per ricadere nell'inerzia fatalistica che ha seguito sempre ogni agitazione elettorale.
Diciamo la verit, noi, prima degli stessi avversari: un milione di voti comincia ad essere un carico alquanto pesante per un Partito come il nostro.
Noi abbiamo vinto un po' per virt nostra, ma moltissimo per la debolezza dei Partiti che ci stavano di fronte, e per un complesso di circostanze a noi propizie. Sulle quali si potr - a tempo opportuno - ragionare.
Noi non sappiamo se in un'altra "congiuntura" per dirla con un tedeschismo, riusciremo a strappare una cos brillante vittoria. E poich i Partiti si organizzeranno come noi, formando gruppi e federazioni; poich la storia - checch si possa dire in contrario - non si ripete, ma presenta sempre nuove situazioni di fatto e nuovi problemi,  necessario non abbandonarci ai facili entusiasmi cui seguono immancabilmente le dolorose sorprese.
 necessario agguerrirci.  necessario agguerrire il Partito che  l'organo delle nostre conquiste politiche. Questo diciamo ai deputati vecchi e nuovi, i quali hanno dispiegato un'attivit veramente encomiabile durante il periodo elettorale; questo diciamo ai propagandisti - illustri o no - del Partito che hanno corso in lungo e in largo l'Italia portando la parola del socialismo dalle citt ai borghi, alle campagne; questo diciamo ai quarantamila inscritti del Partito che leggono, o dovrebbero leggere, le nostre parole. Noi diciamo che paragonato a ci che resta da fare, il gi fatto  poco. Noi sappiamo una cosa sola: che la piattaforma elettorale del Partito Socialista ha trovato quello che si direbbe un ambiente "simpatico", ma niente ci autorizza a ritenere che questo ambiente sar lo stesso domani o non sar invece indifferente o refrattario.
Noi non possiamo fare eccessivo calcolo sulla massa elettorale e per ragioni intuitive: la nostra milizia  il Partito.
Ora, riflettano bene i socialisti italiani, il pericolo che si delinea  uno solo: quello, cio, che il Partito resti schiacciato sotto il pondo inaspettato delle sue stesse vittorie elettorali.
Il caso non  nuovo nella storia e nella vita. Si pu cadere toccando una meta, si pu morire nell'atto di dare la vita, si pu essere dei vinti vincendo.
Dinanzi a tali eventualit, noi, come si vede, non indugiamo molto a lanciare il nostro grido d'allarme.
Prima del suffragio universale accadeva spesso di udire tra i socialisti italiani frasi di questo genere: Ah se noi avessimo un milione di voti!.... Ecco: il milione di voti c'; e, forse, abbondante. Questa enorme massa elettorale ci ha creduto, ha riposto fiducia in noi e.... aspetta. Ma noi saremo incapaci di realizzare uno solo dei postulati del nostro programma elettorale, se il Partito non raddoppier almeno i suoi contingenti; se i quarantamila inscritti non diventeranno ottanta o cento mila; se questo giornale non circoler sempre pi diffusamente fra le moltitudini che l'esperimento del 26 ottobre ha lanciato nel girone della vita politica.
Un Partito come il socialista, non pu rassegnarsi ad avere un'influenza meramente elettorale. Prima di tutto perch le elezioni non sono che un episodio preliminare di una pi vasta attivit politica; in secondo luogo perch nella vita dei popoli moderni ci sono avvenimenti dai quali - pena il suicidio - il Partito non pu essere dominato o travolto.
Il milione di voti che noi volevamo toccare e abbiamo toccato,  cagione di legittimo orgoglio, ma  anche di gravissima preoccupazione e responsabilit. Noi non possiamo pi retrocedere, e nemmeno sostare.
Alle prossime elezioni politiche - diciamo prossime perch  convincimento generale che la nuova legislatura non avr lunga vita - se noi non aumenteremo ancora il numero dei voti, gli avversari ritorneranno a cantarci pi noioso e insistente l'elogio funebre. E se i nostri voti diminuissero che cosa diventerebbero - nel ricordo - i funerali simbolici che noi abbiamo fatto nei giorni scorsi agli altri?
Questi interrogativi ci dicono tutta la portata e l'"urgenza" del compito che il Partito  chiamato ad assolvere. Avanzare! questa  la parola d'ordine. Gli uomini moderni vanno in fretta pi che i morti della ballata di Burger e noi socialisti abbiamo pi fretta degli altri. Noi vogliamo vedere trasformarsi sotto ai nostri occhi la realt e coll'opera delle nostre mani. Noi vogliamo "fare" la storia e non subirla. Incidere sulle istituzioni e sugli uomini che ci circondano sempre pi profondo il segno della nostra volont.
Al lavoro! Al lavoro!
La strada  aspra e la meta  lontana.
Dall'Avanti!, N. 306, 4 novembre 1913, XVII (a, 594).
 AL LARGO!
Questa rivista, alla quale volemmo posto l'augurale nome di Utopia, anche in ricordo dell'opera e del martirio di uno dei primissimi pionieri del socialismo, non sorge in opposizione larvata o palese al Partito Socialista, ai suoi uomini dell'una e dell'altra corrente, al suo attuale indirizzo, ma sorge "per" il Partito e reclama nel Partito ampio diritto di cittadinanza.
Ci diciamo apertamente, prima di metterci al lavoro, perch non nascano equivoci o dubbi, e, se gi nati, dileguino. Niente di scismatico, dunque; ortodossia, invece, pura ortodossia e onestamente - per quanto cio lo consentano i tempi - settaria.
C' una gelosia per le idee che si chiama settarismo e, come le donne, cos le idee, pi si amano quelle che pi ci fanno soffrire.
La storia di questa nostra gestazione spirituale non  nient'affatto drammatica e nemmeno complicata. Non c' sotto nessuna "crisi di coscienza". Noi non ci ripieghiamo disperatamente su noi stessi per la delusione delle verit in cui ponemmo fede, perch per noi nessuna di quelle verit  caduta. Nel marxismo, che pu essere considerato come il sistema pi organico di dottrine socialiste, tutto  controverso, ma niente  fallito. Niente, diciamo; n la teoria della miseria crescente, n quella della concentrazione del capitale, n la previsione apocalittica della catastrofe.
Tutto ci non ha solo un valore storico, ma un valore attuale. E lo dimostreremo, parlando, a suo tempo, del ponderoso volume pubblicato recentemente da Rosa Luxembourg: Die Akkumulation des Kapitals (Contributo alla interpretazione economica dell'imperialismo).
La realt  una sola per tutti: sono le interpretazioni di essa che hanno diviso i socialisti in varie scuole. Quale la migliore, la pi esatta interpretazione della realt?
Quesito, in subordine:  possibile, dopo la revisione riformista, una revisione rivoluzionaria del socialismo?
 possibile.  urgente. Una revisione del socialismo, dal punto di vista rivoluzionario, si giova, in questo momento, di un complesso di fattori, fra i quali due sono, a parer nostro, preminenti: il fallimento del riformismo politico, la crisi dei sistemi filosofici positivisti.
Che il metodo legalitario e riformista dominante i partiti socialisti europei, da un ventennio a questa parte abbia dato risultati completamente o quasi negativi, sarebbe difficile contestare. Il socialismo europeo  fermo. Non avanza.
 forzato a tenersi sulla difensiva. Trascuriamo i sintomi minori che documentano questa immobilit, come l'arresto del proselitismo anche in paesi che ci avevano abituati a progressi numerici in linea geometrica (la Germania); non teniamo calcolo dell'insuccesso della legislazione sociale elaborata dai parlamenti (nell'ultimo congresso dei sindacati austriaci ha echeggiato a tal proposito una nota ultra-pessimista) e soffermiamoci su due punti essenziali: l'esperimento della partecipazione dei socialisti al potere, conseguenza logica delle premesse riformiste, avvenuta in Francia, si  conchiusa in una rovina politica e in un disastro morale.
D'altro lato il socialismo non trova forze sufficenti per opporsi alla violenta reazione militarista. Che delusione per Jaurs dover lottare contro un aumento della ferma, egli che credeva di dover lottare, s, ma per una ulteriore diminuzione!... In Germania un milione di socialisti e quattro milioni di elettori lasciano passare - salvo alcune blande proteste - i nuovi crediti militari.
Ora il militarismo  la espressione e il puntello fondamentale della societ borghese.
"Il militarismo - scrive Rosa Luxembourg a pagina 43 del volume che abbiamo dianzi citato - esercita nella storia del capitale una precisa funzione. Egli accompagna tutte le fasi storiche dell'accumulazione del capitale".
Il militarismo risorge e con lui risorgono tutte le ideologie anti-societarie, anti-umanitarie e soprattutto anti-socialiste.
Si torna indietro, al regno della sciabola....
Non siamo cos superficiali da attribuire la responsabilit esclusiva ai sistemi e ai metodi riformisti, ma abbiamo per il diritto di dire che i riformisti si sono grossolanamente ingannati nella valutazione delle forze storiche: hanno creduto a un diluirsi dello Stato e del capitalismo in una democrazia - ponte di passaggio al socialismo - mentre lo Stato  e rimane, come nella tipica definizione marxiana, il comitato d'affari della classe borghese, la quale ha abbandonato - per suo conto - le fisime societarie.... agli ingenui, e fa in tutti i paesi una politica "classista", recisa e violenta. Le classi, invece di "confondersi", si "differenziano" sempre pi. In questa constatazione  tutta la bancarotta del riformismo....
Il quale, in Italia specialmente,  stato positivista. Evoluzionista. Accertare ed analizzare la deformazione del sillabo positivista nella mente di molti socialisti italiani e intellettuali e proletari, sarebbe scrivere un interessante capitolo di psicologia. A tempi migliori. Le frasi pi correnti del gergo positivista erano e sono queste: nella natura, come nella vita, tutto evolve per gradi: lentamente, fatalmente.
Non c' creazione improvvisa di forme, catastrofe repentina di sistemi o di istituzioni, ma un passaggio, senza salti, da una fase all'altra. Questa concezione bandiva la volont e la violenza dal mondo, negava la Rivoluzione. Eppure Marx, parlando di "evoluzione rivoluzionaria", ci aveva insegnato a distinguere fra la lenta evoluzione economica e il crollo subitaneo delle superstrutture politiche, giuridiche, sociali. L'evoluzionismo positivista aveva esiliato dalla vita e dalla storia le catastrofi, ma ecco che le teorie moderne smentiscono il troppo sfruttato Natura non facit saltus.
De Vries, all'ultimo congresso delle scienze naturali tenutosi ad Amburgo, ha comunicato che le specie vegetali ed animali restano molto tempo senza subire modificazioni: le une scompaiono quando sono invecchiate e non sono pi adatte alle condizioni d'esistenza che hanno cambiato.
Altre specie sono pi fortunate: esse "esplodono" improvvisamente per dar luogo a molte forme nuove....
 noto il paragone di Kautsky (Die Sozial Revolution) per dimostrare che la natura fa dei salti.
"Ad un tratto, un feto, che costituisce una parte dell'organismo della madre, che divide la sua circolazione, che riceve da essa il suo nutrimento, che non respira, diviene un essere umano indipendente, dotato di una circolazione propria, che grida e respira.... Rivoluzione e riproduzione procedono, dunque, per salti....".
Non si esagera, dicendo che l'interpretazione rivoluzionaria del divenire socialista  confortata, oggi, da tutto un movimento di cultura, che noi analizzeremo, e da una situazione di fatto, che conduce di necessit a soluzioni violente. Il militarismo  l'incubo dell'Europa contemporanea. Disarmo o guerra internazionale?
Ecco il tragico dilemma di un domani pi vicino di quanto non si creda.
Il socialismo dovr gettare allora le sue forze e la sua volont e le sue armi sul piatto della bilancia, ma sar inferiore al suo compito e sar travolto dagli avvenimenti, s'egli non si sar preparato ad affrontarli.
La propaganda attuale dei socialisti deve quindi prospettare al proletariato tale eventualit.
Ecco precisato il nostro obiettivo: noi vogliamo integrare questa propaganda, noi vogliamo offrirle l'ausilio della critica e della dottrina.
Il nostro programma  tutto qui. Dire come intendiamo svolgerlo, attuarlo, sarebbe troppo lungo e, forse, inutile.
Riusciremo? Lo crediamo. Ad ogni modo, come lo Schur ha scritto nella prefazione ai suoi Grandi Iniziati:
"L'essenziale in questo mondo non  di riuscire, ma di avere una volont. Se noi non possiamo essere giocondi mietitori, siamo almeno seminatori confidenti e arditi".
BENITO MUSSOLINI
Da Utopia, N. 1, 22 novembre 1913, I.
 L'ANNO CH' MORTO....
Il 1913  morto. Stanotte, nel minuto che segna il compiersi della misura convenzionale, gli uomini celebrarono l'evento nel tripudio e nell'esultanza. Oggi, un'altra unit viene aggiunta alla serie degli anni, una piccola cifra sostituita nel numero del millennio:  il 1914. Il 1913  passato.
Ma prima di seppellirlo e dimenticarlo, tessiamogli la lauda funebre: commemoriamolo. Ci significa, forse, commemorare noi stessi. Perch siamo noi che abbiamo creato il tempo, paurosa nozione che d le vertigini, siamo noi che riempiamo il trascorrere lento dei giorni e delle ore, col tumulto della nostra vita. Commemorare il 1913 vuol dire commemorare un po' di noi stessi nel 1913. Ma prima di intonare l'epicedio, prima di voltarci indietro per raccogliere in una ultima visione gli avvenimenti che si staccarono dalla normalit quotidiana, prima di rivivere un anno nello sforzo d'una rievocazione subitanea, prima di fare il nostro esame di coscienza e il nostro bilancio morale e prima, soprattutto, di largir promesse per l'anno nuovo, noi vogliamo, in quest'ora ansiosa ed inquieta come ogni cominciamento, dire la nostra parola di gratitudine a coloro che lontani o vicini, noti o ignoti, ci sono stati durante il 1913 compagni nella fatica, nelle speranze, nelle sconfitte e nelle vittorie.
Noi pensiamo alle migliaia e migliaia di socialisti e proletari italiani che hanno seguito e sostenuto questo giornale: sia col mandare l'obolo modesto della loro solidariet, la piccola offerta che unita colle altre ha dato un totale superbo; l'obolo che noi abbiamo accettato quando significava segno tangibile di adesione all'opera nostra e abbiamo invece respinto quando non aveva tale preciso significato; sia diffondendo il giornale fra nuove moltitudini, sia lavorando con noi, col consiglio o colla segnalazione delle nostre manchevolezze.
Ogni giornale  gi di per se stesso, dal punto di vista materiale, un'opera collettiva, ma un giornale di partito , soprattutto dal punto di vista morale e ideale, l'opera di tutta una collettivit.
Ai compagni, agli amici, ai proletari che formano questa collettivit anonima e vasta, ma di cui sentiamo per attorno a noi la presenza assidua, il calore e la forza giunga il nostro ringraziamento sincero e il nostro saluto augurale.
* * *
Il 1913 segna la grande ripresa del militarismo internazionale. Ecco uno dei caratteri salienti dell'anno ch' passato alla storia. Dopo una brevissima sosta, gli Stati europei hanno ripreso la corsa degli armamenti. La Francia che nel 1905 aveva ridotto la ferma a due anni e pareva avviarsi al sistema delle milizie nazionali preconizzato dal Jaurs,  tornata nel 1913 alla ferma triennale; la stessa Svizzera va trasformando la sua nazione armata in un esercito permanente; la Germania ha portato il suo esercito di pace a ottocento mila uomini e votato quasi un miliardo di nuovi crediti militari; la Russia ha tenuto per tutto l'anno gran parte del suo esercito in uno stato di mobilitazione palese e dissimulata; l'Inghilterra ha impostato nei suoi cantieri altre superdreadnoughts mentre naufragava la cosidetta "vacanza navale" proposta dalla Germania; l'Austria-Ungheria attraversa una crisi gravissima provocata dallo sperpero militarista durante e dopo la guerra balcanica; in Italia le sfere dirigenti - con una incoscienza che sarebbe allegra, se non fosse criminosa - si propongono di dare ancora e sempre milioni e miliardi al militarismo. L'esempio delle Grandi Potenze  imitato dalle piccole. Il Belgio sta provvedendo alla riorganizzazione del suo esercito.
La Spagna fa altrettanto.
Il Portogallo si offre il lusso - tutto repubblicano - di una grande flotta militare. Nei piccoli Stati balcanici il militarismo, rafforzato dalla guerra,  sempre pi esigente. Gli ufficiali tedeschi sono tornati a Costantinopoli per ridare un esercito alla Turchia. N dopo cos vasta e feroce conflagrazione di popoli, sono scomparse o diminuite le cause di nuovi conflitti. Mentre spagnoli, francesi e italiani combattono sulla costa mediterranea del continente nero contro le trib indigene, ecco oscurarsi di nuovo l'orizzonte balcanico, per la questione delle isole e per i confini dell'Epiro. Si parla gi di una nuova guerra.... La spaventevole eventualit turba la coscienza dei popoli, ma rallegra gli industriali della guerra: coloro che convertono il sangue in denaro e in una speculazione di borsa i risultati delle battaglie. Dicono i bilanci che la ditta Krupp nel 1913 ha guadagnato 16 milioni in pi che l'anno precedente.
* * *
Di fronte al militarismo - onnipossente e minaccioso - l'unica forza di negazione  il socialismo. In tutti i paesi d'Europa i socialisti tentano di sbarrare il passo al militarismo, ma le forze di cui dispongono non bastano all'opera immane.
Il militarismo  divenuto cos l'espressione tipica, fondamentale, necessaria della societ borghese. Capitalismo e militarismo sono due modi dello stesso fenomeno: si condizionano a vicenda. L'uno non  pensabile senza l'altro. Non appena il capitalismo esce dalla sua fase primitiva di formazione, esprime dalle sue viscere il militarismo. Colpire questo  colpire il capitalismo.
Ecco perch le borghesie dominanti - anche democratiche - di tutti i paesi si stringono in fascio contro la opposizione anti-militarista dei socialisti. Eppure questa corsa agli armamenti, non potr durare all'infinito. Il ritmo  gi troppo frenetico per durare. C' troppa inquietudine, troppo disagio diffusi nel mondo. Gi qualche armatura scricchiola sotto l'enorme peso dei cannoni. Il tragico dilemma non  forse lontano, n molto lontana  l'ora delle grandi responsabilit pei socialisti e per il proletariato.
Il 1913  un anno militarista, ma dietro le selve fitte di baionette degli eserciti, le folle operaie non sono rimaste immobili nella quiete rassegnata della miseria.
Ogni nazione d'Europa ha assistito a formidabili movimenti di classe. Le cronache inglesi, francesi, tedesche, spagnole, italiane sono occupate dagli scioperi parziali e generali. Manifestazioni grandiose contro la guerra e contro gli armamenti hanno avuto luogo durante l'anno nelle principali citt d'Europa, e in cento comizi - alcuni dei quali immensi come quelli del Pr-St. Gervais - il proletariato ha solennemente manifestato il suo desiderio di lavoro e di pace.
* * *
Il 1914 vedr acuirsi ancor pi questo conflitto fra militarismo e socialismo.  il conflitto che domina la storia e la coscienza contemporanea. Solo critici superficiali - i critici non hanno mai fatto la storia, ma, nella maggior parte dei casi, si sono accontentati d'interpretarla aprs coup - possono dinanzi al possente sviluppo del militarismo, ritenere dileguato il pericolo rosso e deprecata la soluzione catastrofica della questione sociale. S'ingannano. Certi problemi non ammettono che soluzioni violente come certi nodi non si sciolgono che con un colpo di spada. E poi, e poi parallelo allo sviluppo del capitalismo, , malgrado certe soste apparenti, lo sviluppo del socialismo. Questo uccider quello.
Via dunque gli sconforti vani!
Bando ai scetticismi sfiduciati!
Col 1914 ci avviciniamo di un altro anno alla realizzazione dei nostri ideali. Qualche cosa si rimescola nella paglia, diceva Enrico Heine, qualche cosa matura nel sottosuolo sociale, qualche cosa incomincia....
Il quarto stato ch'era niente ieri, sar tutto domani. a ira.
Dall'Avanti!, N. 1, 1 gennaio 1914, XVIII (a, 594).
 BANDIERA ROSSA A PALAZZO MARINO!
 oggi che si combatter a Milano una grande battaglia per la conquista dell'amministrazione comunale. Poche elezioni amministrative - a Milano e altrove - ebbero, per un complesso di cause su cui  vieto insistere, tanta importanza e tanta significazione come quella che avr il suo epilogo domani attraverso il responso sovrano delle urne.
 necessario quindi in questa movimentata vigilia, prospettare chiaramente le posizioni dei singoli Partiti o meglio delle coalizioni avversarie, perch di Partiti politici veri e propri uno solo scende in campo: il Partito Socialista. La situazione  la seguente. Da una parte la coalizione clericale-moderata composta da preti e da liberali, che hanno dimenticato i casi delle ultime elezioni politiche e le polemiche vivaci che ne seguirono, per stringersi la mano e opporsi - uniti - alle forze compatte e impetuose del socialismo.
I comitati "liberali" hanno tenuto qualche clandestino comizio e parecchie riunioni private per illustrare un programma di semplice e ordinaria amministrazione - stile Greppi - con postulati in cui nulla v' di preciso e di determinato.
I clericali hanno convocato i loro adepti in moltissime riunioni nelle sacrestie delle parrocchie milanesi, ma non hanno osato mostrarsi alla luce del sole.
Dall'altra parte sta il "Fascio" cosidetto "democratico".
 un intruglio indigeribile, di uomini e di idee. Ci sono i rifiuti di tutti i Partiti: ci sono democratici, radicali, destri, amalgamati dal cemento della solidariet fratellevole delle Loggie. Il loro programma d'azione municipale non  che la copia slavata e stinta di quello socialista. Se non ci fosse altro, basterebbe il fatto che gli uomini di questo "blocco" sono in gran parte rinnegati del socialismo, per giustificare contro di esso le nostre pi recise e accanite ostilit. Se c' qualche cosa che deve finire a Milano  precisamente l'equivoco democratico.
La democrazia milanese con Cavallotti era un'idea, con Romussi una tradizione, qualche cosa di rispettabile sempre, ma coi suoi attuali vessilliferi la democrazia milanese  una ditta che deve, presto o tardi, rassegnarsi a chiudere il suo commercio al dettaglio di quegli "immortali princip" che sul mercato proletario non si vendono pi.
Terzo in campo il Partito Socialista. Esso si presenta riaffermando intatti i suoi postulati fondamentali di Partito di classe, si presenta col suo bagaglio di idealit rivoluzionarie e con un programma di realizzazioni immediate. Moltissimi problemi che stanno da parecchi anni o decenni sul tappeto della vita amministrativa milanese, saranno risolti dal Partito Socialista, con sollecitudine e con audacia: il problema ospedaliero - ad esempio - prima degli altri. Non  vero, come si assevera dagli imbecilli o dai furbi, che i rivoluzionari non siano capaci d'agire sulla realt attuale. Noi non accettiamo la realt attuale che  borghese e non ci "adagiamo" in essa: e soprattutto non rifuggiamo dall'uso dei mezzi violenti per trasformarla. Ecco la differenza essenziale fra noi e.... i cosidetti affini della democrazia....
Forti del nostro programma, noi ci rivolgiamo ai proletari di Milano e diciamo loro: accorrete in massa, oggi, alle urne e votate la lista del Partito Socialista.
Gli avversari del blocco clerico-moderato e quelli del blocco rifo-demo-massonico, fanno - ognuno per proprio conto - la speculazione sull'ultimo sciopero generale.  nel loro diritto e nel loro interesse, ma il tentativo  destinato a cadere. Noi rivendichiamo la nostra responsabilit nello sciopero generale dall'inizio all'epilogo, e voi proletari milanesi che ci avete dato negli immensi comizi dell'Arena la vostra piena solidariet, andrete alle urne a riaffermarla ancora una volta nella forma pi esplicita e solenne votando per la lista del Partito Socialista e ricacciando nelle loro sacrestie e nelle loro loggie gli uomini della reazione moderata e quelli della mistificazione democratica.
Proletari milanesi: noi siamo sicuri che saprete compiere il vostro dovere.
Oggi, nessuno di voi deserti il campo, recatevi tutti a votare, e la temuta bandiera rossa del socialismo sventoler dal balcone di Palazzo Marino.
Proletari, alle urne!
Dall'Avanti!, N. 162, 14 giugno 1914, XVIII.
 ABBASSO LA GUERRA!
L'ipotesi terribile che non volemmo formulare ieri perch un ultimo barlume di speranza ci sorreggeva,  divenuta, oggi, realt di fatto. Il termine fissato dall'Austria  trascorso e la risposta della Serbia  stata trovata "insufficente" dal Governo austriaco. La diplomazia non ha pi nulla da dire o da fare: ora entrano in scena gli eserciti.
 la guerra!
Le responsabilit della catastrofe sono gi fissate. Esse ricadono in massima parte sull'Austria-Ungheria.
La Nota consegnata alla Serbia era un ultimatum. Ognuna delle "ingiunzioni" in essa contenute era - dice la consorella Arbeiter Zeitung - "una negazione dell'indipendenza della Serbia". Quella Nota, prosegue il foglio socialista viennese, non ha precedenti nella storia del nostro tempo.
Il Partito militare austriaco voleva la guerra: ecco la realt. Senza questo obiettivo, da raggiungersi nel pi breve tempo possibile, le trattative diplomatiche si sarebbero svolte in modo diverso.
La situazione, dal punto di vista dell'Italia, si presenta in questi termini: se il conflitto rimane isolato fra l'Austria e la Serbia la guerra non potr durare lungamente. Se l'Italia non avesse una diplomazia la cui inettitudine  ormai riconosciuta da tutti (quel marchese Di San Giuliano  proprio un disastro nazionale!) cmpito dell'Italia sarebbe quello di adoprarsi a concludere rapidamente il conflitto guerresco e a tenersi intanto in atteggiamento di assoluta neutralit. Ma se la Russia scende in campo, allora la guerra austro-serba diventa guerra europea. L'Austria sar appoggiata dalla Germania (le dichiarazioni degli "ufficiosi" tedeschi non lasciano alcun dubbio in proposito) e la Russia dalla Francia. L'atteggiamento dell'Inghilterra  incerto. Da quanto si sa essa non ha "impegni" formali n colla Russia n colla Francia. D'altra parte il linguaggio di molti giornali inglesi  tutt'altro che ispirato da simpatia verso la Serbia.
E l'Italia?
Nel caso deprecato di una conflagrazione europea, qual  il suo posto? Accanto all'Austria contro la Francia?
Noi non sappiamo quali siano i "patti" segreti di quella Triplice che fu cos precipitosamente rinnovata dai monarchici all'insaputa e contro la volont dei popoli; sappiamo solo e sentiamo di poterlo dichiarare altamente, che il proletariato italiano straccer i patti della Triplice se essi lo costringessero a versare una sola goccia di sangue per una causa che non  sua. Anche nel caso di una conflagrazione europea, l'Italia, se non vuole precipitare la sua estrema rovina, ha un solo atteggiamento da prendere: neutralit assoluta.
O il Governo accetta questa necessit o il proletariato sapr imporgliela con tutti i mezzi.
 giunta l'ora delle grandi responsabilit. Il proletariato d'Italia permetter dunque che lo si conduca al macello un'altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi, agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze.
Sorga, dunque, dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai Comuni e dalle Provincie dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazze e strade d'Italia: "Abbasso la guerra!".
 venuto il giorno per il proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d'ordine: "Non un uomo! N un soldo!".
A qualunque costo!
Dall'Avanti!, N. 204, 26 luglio 1914, XVIII (a, 596).
 IN TEMA DI "NEUTRALIT" ITALIANA
Nell'ultimo numero dell'Unit di Firenze viene prospettato e criticato il punto di vista dei socialisti italiani nell'attuale situazione: il punto di vista cio della "neutralit assoluta". Secondo l'Unit - giornale serio, scritto da persone di valore ( per questo che rileviamo l'articolo e scendiamo a polemica) - secondo l'Unit "la neutralit assoluta non  in alcun modo sostenibile, n dal punto di vista teorico n da quello pratico". Nientemeno. E perch? Perch - in teoria - il socialismo non  pacifista. D'accordo. O meglio: il socialismo  pacifista, ma di un pacifismo che non ha nulla di comune col pacifismo borghese della fu Berta Sutner o di Teodoro Moneta. Il socialismo non  necessariamente pacifista, ma non  "mai" guerrafondaio. La distinzione  fondamentale. L'Unit pone malissimo il problema quando chiede:
"La violenza che sarebbe lecita, anzi desiderabile, nei rapporti interni, perch sarebbe assolutamente condannabile nei rapporti internazionali?".
Nei rapporti "interni" la violenza  violenza di classe che si esercita da parte del proletariato contro i padroni o gli organi dello Stato:  violenza che tende ad affrettare la liberazione della classe soggetta:  violenza fatta dal proletariato per la tutela dei suoi interessi.
La violenza nei rapporti internazionali cambia totalmente carattere: in quanto si esercita fra le nazioni e non pi fra le classi per motivi in antitesi cogli interessi del proletariato. Nella violenza fra le nazioni, il proletariato  uno strumento passivo nelle mani dei Governi che rappresentano le classi dominanti della nazione. La violenza nei "rapporti interni"  o pu essere lotta di classe, nei "rapporti internazionali"  collaborazione di classe.  il proletariato che aliena la sua autonomia, cede la sua individualit, offre il suo sangue alle classi borghesi che detengono il potere e ne fanno lo strumento della loro politica.
Il proletariato pu "subire" questa tragica necessit finch sia impotente a liberarsene, ma non pu "accettarla" e tanto meno esaltarla o invocarla.
Fissata questa distinzione che smantella il ragionamento dell'Unit (guardarsi dalle analogie!), l'articolista trova a ridire perch nel primo ordine del giorno votato dal G. P. S. e dalla Direzione del Partito veniva espresso l'augurio che il "conflitto austro-serbo fosse localizzato e abbreviato al possibile".
E l'Unit prosegue:
"E che cosa altro significava, se non domandare che fossero lasciate le mani libere all'Austria nella sua sopraffazione iniqua, salvo a raccomandare all'Austria di spicciarsi presto nel lavoro, per non turbare troppo a lungo il cuore sensibile e pacifista del proletariato di tutto il mondo?".
Anche questa  una critica senza ombra di fondamento.
A conflitto austro-serbo gi scatenato, che cosa dovevano fare i socialisti italiani? Invitare il patrio Governo a "intervenire" militarmente in pro della Serbia? Mai pi. La stessa Unit lo esclude. E allora? Non ci restava che formulare un augurio: che cio la pressione del proletariato socialista inducesse i Governi a intervenire per localizzare ed abbreviare il conflitto. Esprimere questo voto umano, logico, socialista, non significava un corno lasciare le mani libere all'Austria che tendeva - come si  visto di poi - ad estendere, invece di localizzare, ad allungare, invece di abbreviare il conflitto con la Serbia. Il nostro era un voto di solidariet colla Serbia e niente affatto un voto di complicit coll'Austria la cui politica brigantesca veniva bollata a dovere in uno degli "a capi" dell'ordine del giorno stesso.
E andiamo avanti. Abbiamo visto che l'articolo dell'Unit comincia col dichiarare insostenibile la nostra tesi per la "neutralit assoluta", ma poi a un certo punto ammette che "data la difficolt della nostra posizione la neutralit  senza dubbio l'unica soluzione saggia". O allora? Ma, aggiunge l'Unit, "la neutralit non deve essere assoluta e la propaganda per la neutralit assoluta minaccia di diventare nel nostro paese un grande assurdo e una grande immoralit".
Noi diciamo, intanto, che la neutralit non pu essere che "assoluta". Pu essere inerme o armata, ma la neutralit "parziale o relativa" non  pi neutralit e pu diventare veramente una grande mistificazione e un grande pericolo.
Ma il bello si  che l'Unit accetta anch'essa la tesi della "neutralit assoluta". La neutralit, dice l'Unit, non deve essere violata a favore dell'Austria, ma nemmeno dev'essere violata per trascinarci "troppo leggermente e senza sufficenti garanzie al seguito della Francia e della Russia". O insomma che cosa  tutto ci se non la "neutralit assoluta?" N col blocco austro-tedesco, n colla Triplice Intesa: neutralit, dunque, su tutta la linea e di fronte a tutti. E solo alcune righe pi sotto che l'Unit apre una eccezione nella neutralit assoluta quando dichiara:
"Solamente la neutralit o, con le necessarie garanzie, l'intervento a danno del blocco austro-germanico, risponderebbero ai nostri interessi reali. Chi non segue questa tattica, condanna al disastro".
Se lo scrittore dell'Unit avesse pi attentamente seguito le manifestazioni del Partito Socialista, avrebbe visto che per diverso cammino noi siamo giunti quasi alla stessa conclusione. Noi abbiamo, infatti, previsto ed escluso - pena l'insurrezione all'interno - un intervento dell'Italia a favore del blocco austro-tedesco e questa inazione dell'Italia - sia pure giustificata dalla lettera e dallo spirito dei trattati della Triplice - si risolve non certo in un vantaggio, ma in un "danno" pel blocco austro-germanico, che ci auguriamo esca dalla competizione disfatto.
Infine, poich l'Unit lo desidera e poich ci sembra necessario per disperdere le nebbioline degli equivoci d'ordine composito politico-sentimentale, ecco il nostro pensiero nella forma pi chiara e risoluta.
 una "ripetizione" ma non  superfluo l'insistere.
1. Noi siamo per la neutralit assoluta anzitutto e appunto per ragioni di principio. La guerra fra le nazioni  collaborazione di classe nella sua forma pi acuta, pi grandiosa, pi sanguinosa. La borghesia tripudia - e lo si vede dai giornali - quando pu stroncare sull'altare della "sua" patria il proletariato e l'autonomia di classe del proletariato. Il grido che echeggia in questi giorni e domina: "Non ci sono pi Partiti!" si presta alle pi gravi riflessioni ed  una conferma della nostra tesi. Colla guerra la borghesia pone il proletariato dinanzi a questo tragico dilemma: o l'insurrezione facilmente repressa nel sangue, o la partecipazione - solidale - al macello.
Si capisce che quest'ultimo termine del dilemma  mascherato di parole pi o meno solenni, come patria, dovere, integrit territoriale, ecc., ma la sostanza non muta. Ecco la ragione profonda che ci fa detestare la guerra. Siamo ben lontani come si vede - dalle svenevolezze dei pacifisti professionali.
2. Il proletariato italiano  per la "neutralit assoluta" perch non vuole guerre n ad oriente n ad occidente. "Per la neutralit e contro la guerra!", ecco la parola d'ordine che ha echeggiato in centinaia di comizi, ecco il voto espresso da decine e decine di Comuni socialisti. Questa volont unanimemente espressa dal proletariato, bisogna rispettarla!
3. Il Partito Socialista ha dimostrato di essere alieno da "generalit, astrattezze, sofismi" quando ha dichiarato che l'ltalia non doveva in alcun modo intervenire in favore del blocco austro-germanico e quando ha tacitamente approvato il richiamo di alcune classi, ma per garantire la neutralit, non per uscirne.
4. Questa neutralit che il Partito Socialista ha caldeggiata, si risolve in un vantaggio non indifferente per la Triplice Intesa. Senza la neutralit dell'Italia la Francia non avrebbe potuto utilizzare tutti i suoi corpi d'armata contro i tedeschi.
5. Noi non possiamo accettare l'eventualit che l'Unita prospetta di un intervento a danno del blocco austro-germanico. Ripetiamo: il blocco austro-germanico  gi danneggiato abbastanza dalla nostra neutralit. Il Partito Socialista fin qui ci sta, pi oltre no. Pi oltre significherebbe la guerra all'Austria. Non spetta a noi dire che l'esercito italiano  in uno stato di assoluta impreparazione. Non tocca a noi dire che per la mobilitazione di un esercito non bastano i soldati, ma occorrono scarpe, vestiti, vettovaglie, munizioni: tutto ci, insomma, che manca all'esercito italiano e che non s'improvvisa in pochi giorni o in poche settimane. Noi diciamo solo, che qualora diventassimo sostenitori di un intervento militare a danno dell'Austria, non solo ci confonderemmo coi guerrafondai di professione che spasimano per l'inazione cui  condannata l'Italia e vorrebbero la guerra per la guerra; non solo rinnegheremmo i nostri programmi elettorali - il che  poco - e i nostri princip - il che  tutto -, ma dovremmo avere il coraggio di chiedere un miliardo a questa povera Italia cos atrocemente salassata dalla Libia e cos bisognosa di una lunga e intensificata cura ricostituente. Per fare una guerra all'Austria occorre un milione di uomini e un miliardo di franchi. La guerra all'Austria sarebbe dunque - a prescindere da tutto il resto - la suprema delle follie. E i socialisti, Partito di minoranza e non di Governo, dovrebbero assumersi tale responsabilit? Tocca proprio ai socialisti dar fiato alle trombe guerresche, quando la stessa opinione pubblica borghese si manifesta per mille segni ostile ad ogni guerra? Vogliamo dunque rinnegare tutto il nostro passato di lotta contro il militarismo e - quel che  peggio - inibirci la possibilit e il diritto di riprendere tale lotta quando la tormenta sia passata?  pazzesco il pensarlo. Una guerra vittoriosa coll'Austria significa il rinsaldarsi della monarchia e delle correnti militariste all'interno; una guerra disastrosa pu avere le pi imprevedibili e catastrofiche conseguenze anche territoriali.
Il Partito Socialista ha precisato il caso in cui l'Italia non deve uscire dalla neutralit, e respinge tutti gli altri casi in cui l'Italia dovrebbe, secondo taluni, uscire dalla neutralit.
Le rupi del Lovcen, l'impossibile ginepraio albanese, le smargiassate di Nicola, l'irredentismo che ribalena qua e l pieno di pericolose seduzioni, o, ancora, la famosa questione dell'"equilibrio" adriatico o mediterraneo non devono fornire lo "specioso pretesto" al Governo italiano per entrare nel ballo vorticoso e sanguinoso.
Neutralit sino alla fine della guerra, neutralit che permetter - al momento buono - un intervento dell'Italia a favore della pace: neutralit che dev'essere mantenuta ad ogni costo. Il proletariato stia vigilante; ascolti la voce profonda dei suoi interessi e non si lasci raggirare dagli alchimisti di politica estera o mistificare dalle correnti reazionarie e guerrafondaie che vogliono la guerra, prima di tutto, per ridurre al silenzio o per cacciare al muro il "nemico interno...".
Dall'Avanti!, N. 222, 13 agosto 1914, XVIII (a, 597).
 DALLA NEUTRALITA ASSOLUTA
ALLA NEUTRALITA ATTIVA ED OPERANTE
Da molti segni,  lecito arguire che il Partito Socialista Italiano non si  "adagiato" fra i cuscini di una comoda formula quale  quella della neutralit "assoluta". Comoda, perch negativa. Permette di non pensare e di attendere. Ma un Partito che vuol vivere nella storia e fare - per quanto gli  concesso - la storia, non pu soggiacere - pena il suicidio - a una norma cui si conferisca valore di dogma indiscutibile o di legge eterna sottratta alle ferree necessit dello spazio e del tempo. Cos, nessuna meraviglia, se il campo socialista  diviso in varie tendenze (intesa la parola nel vecchio e tediante significato). C' una frazione di socialisti che seguono l'herveismo prima maniera: secondo loro, nessuna differenza esiste fra guerra e guerra; le guerre di difesa equivalgono a quelle di conquista e il proletariato deve opporsi, senza esitazione, a tutte salvo la sua: la Rivoluzione Sociale.
Questo herveismo - vecchio stile! -  stato cos clamorosamente smentito dal suo stesso primo assertore e dagli avvenimenti, che si stenta molto a capire come abbia ancora qualche credito in Italia.  un fenomeno di cecit volontaria. Vengono poi i socialisti che dichiarano di accettare una sola guerra e subirebbero, in un sol caso, la violazione della neutralit da parte nostra: quando si trattasse di respingere un'invasione straniera. Ammettono - dunque - la difesa della patria.
Seguono i socialisti che per ragioni d'indole generale e per altre d'indole nazionale, pur non assumendo iniziative o responsabilit, non si opporrebbero ad una rottura della neutralit in danno del blocco austro-tedesco. Ci sono, da ultimo, non pochi socialisti, decisamente partigiani di un intervento militare dell'Italia a favore della Triplice Intesa.
Se per questi ultimi non si invocano da nessuna parte quelle misure disciplinari che colpirono - e giustamente! - i socialisti fautori della guerra libica, gli  che nessuno pu dire di possedere la verit "assoluta"....
NEUTRALITA "ASSOLUTA"?
Ma  stata, ed , veramente assoluta questa nostra neutralit socialista, o non  stata invece relativa e parziale? La neutralit "assoluta" doveva condurci ad assumere un atteggiamento di nirvanica impassibilit o di cinica indifferenza dinnanzi a tutti i belligeranti: blocco austro-tedesco e Triplice Intesa dovevano equivalersi perfettamente nel nostro giudizio: non dovevamo parteggiare - nemmeno idealmente - per l'uno o per l'altro dei contendenti, poich questo penchant sentimentale di simpatia o di antipatia avrebbe potuto influire direttamente o indirettamente, a breve o lunga scadenza, sulla nostra condotta pratica.
Ma una neutralit in siffatta guisa "assoluta" non  quella che il Partito Socialista ha sostenuto e patrocinato sin dagli inizi della crisi. La nostra neutralit  stata sin da allora "parziale". Ha distinto.  stata una neutralit spiccatamente austrotedescofoba e, per converso, francofila.
La nostra "neutralit" voleva essere ed  stata un aiuto non indifferente alla Triplice Intesa, il che si  risolto in un danno per la Duplice Alleanza. Una rapida documentazione pu giovare a meglio precisare la portata e il significato di questo nostro atteggiamento. L'Avanti! del 25 luglio (due giorni dopo la presentazione della famigerata "Nota" austriaca alla Serbia) scriveva:
"Noi non sappiamo quali siano i "patti" segreti di quella Triplice che fu cos precipitosamente rinnovata dai monarchi all'insaputa e contro la volont dei popoli, sappiamo solo e sentiamo di poterlo dichiarare altamente, che il proletariato italiano straccer i patti della Triplice s'essi lo costringessero a versare una sola goccia di sangue per una causa che non  sua".
N meno esplicito era un "a-capo" dell'ordine del giorno votato il 28 luglio dalla Direzione del Partito e dal Gruppo parlamentare socialista. Diceva tale ordine del giorno:
"Ammoniscono che nessun patto segreto di coronati potrebbe trascinare il proletariato italiano ad impugnare le armi al servizio dell'alleata per sopraffare un popolo libero" (la Serbia).
L'Avanti! cos commentava:
"Una cosa sola pu dirsi ed  questa: che se il Governo italiano si accordasse all'Austria nella sopraffazione violenta di un popolo libero, se il Governo italiano si impegnasse in altre avventure guerresche, il Partito socialista mobiliterebbe immediatamente le sue forze".
Il 29 luglio, in una nota politica romana veniva lucidamente prospettata la immediata responsabilit dell'Austria-Ungheria nello scatenamento della conflagrazione.
"Ma ora vi  da considerare gli avvenimenti al lume di un fatto nuovo: l'offerta di mediazione delle Potenze.
"Il fatto che l'Austria abbia mostrato di non volerne tenere nessun conto ha reso sempre pi impopolare in Europa, dato che ci fosse ancora possibile, la sua causa e pi ripugnante il suo atteggiamento, straniandosi ancor pi dal consorzio dei paesi civili. Non  pi lecito dubitare ora che a Belgrado si disse sin dal primo giorno della crisi attuale: L'Austria vuole la guerra ad ogni costo, l'attentato di Serajevo non  che un pretesto senza il quale ne avrebbe cercato e trovato un altro non meno ridicolo.
"Pretesto ridicolo, ma anche ignobile. In sostanza il militarismo austriaco ha iniziato la sua fruttuosa speculazione guerrafondaia su due feretri e, mentre lacrimava su di essi, pensava a sfruttarli.
"Questo atteggiamento odioso dell'Austria naturalmente influir, insieme a tutte le altre considerazioni che abbiamo gi esposte, a porre nella coscienza del popolo italiano, al di sotto di ogni possibilit di discussione, l'ipotesi della nostra solidariet diplomatica e militare.
"Quando ci si trova di fronte ad un simile crimine, se c' un trattato che in qualche modo ci vincola col criminale, vi  una sola cosa da fare: stracciargli in faccia il patto firmato, il documento della societas sceleris!
"Ad ogni modo non saranno mai i proletari che si batteranno per quel patto".
Pubblicata la dichiarazione ufficiosa della neutralit, vi fu chi manifest la paura di una rappresaglia da parte degli Imperi Centrali.
L'Avanti! che aveva contribuito fortemente ad orientare l'opinione pubblica verso il concetto di neutralit, dichiarava a tal proposito (3 agosto):
"Se la neutralit dell'Italia  giustificata, come noi crediamo, da formidabili ragioni di diritto e di fatto e se ci malgrado l'Austria - ubriacata dalle sue eventuali vittorie - intendesse (l'ipotesi  inverosimile) di perpetrare una "spedizione punitiva" attraverso il Veneto, allora  probabile che molti di quelli che oggi sono accusati di anti-patriottismo saprebbero compiere il loro dovere".
La violazione della neutralit del Belgio e il linguaggio insolente di Bethmann-Holweg al Reichstag polarizzarono vieppi le simpatie del socialismo italiano verso i nemici del blocco austro-tedesco.
L'Avanti! cos commentava il prologo di quella tragedia che doveva dopo due mesi condurre all'annientamento dell'indipendenza del Belgio eroico e martire:
"Prescindendo da queste considerazioni d'indole militare e strategica, resta il procedere inaudito e brigantesco della Germania, procedere che non sar mai abbastanza stigmatizzato. Si comprende come davanti a questa improvvisa e ingiustificata invasione, il Partito operaio socialista belga abbia lanciato il proclama che i nostri lettori troveranno altrove. Coll'aggressione al Belgio la Germania ha rivelato le sue tendenze, i suoi obiettivi, la sua anima. Solidarizzare direttamente o indirettamente colla Germania significa - in questo momento - servire la causa del militarismo nella sua espressione pi forsennata e criminale".
Ma il documento, che fissava il valore della nostra neutralit nei riguardi del blocco austro-tedesco,  l'ordine del giorno votato, il 5 agosto, dai rappresentanti di mezzo milione di organizzati raccolti nella Confederazione Generale del Lavoro, nella Unione Sindacale, nel Partito Socialista. Tale ordine del giorno, presentato dalla Confederazione Generale del Lavoro, nel secondo "a-capo" dice:
".... di conseguenza, nel caso che il Governo corra in aiuto dei due Imperi formanti parte della Triplice, non per avversione di razza o per sentimento irredentista, ma per la brutale aggressione compiuta dall'Austria-Ungheria spalleggiata dalla Germania, dichiara di essere disposto a ricorrere a tutti i mezzi per impedire che ci avvenga".
L'Avanti! commentando, cos ribadiva il "punto di vista" del proletariato:
"1. L'Italia deve mantenere sino all'epilogo della guerra il suo atteggiamento di neutralit. 2. L'Italia non deve uscire dalla neutralit per appoggiare il blocco austro-tedesco. Ora i proletari siano vigilanti. Qualora l'Italia intendesse rompere la neutralit per aiutare gli Imperi Centrali, il dovere dei proletari italiani - lo diciamo forte sin da questo momento -  uno solo: insorgere!"
LE DUE EVENTUALIT
 un fatto indiscutibile, dunque, e le citazioni lo provano, che tutta la campagna antiguerresca del socialismo italiano  stata influenzata da questa nostra posizione iniziale. Noi abbiamo condannata la guerra, ma questa condanna del fenomeno, preso nella sua "universalit", non ci ha impedito di distinguere - logicamente, storicamente, socialisticamente - fra guerra e guerra. La guerra cui sono stati costretti Belgio e Serbia e in un certo senso anche la Francia, ha caratteri assai diversi dalla guerra del blocco austro-tedesco. Valutare tutte le guerre alla stessa stregua sarebbe assurdo e - ci sia concesso di dirlo - cretino. A guerra scoppiata, le simpatie dei socialisti vanno alla parte aggredita. Un altro elemento che contribuisce a determinare l'atteggiamento dei socialisti  la previsione delle conseguenze - pi o meno favorevoli allo sviluppo delle nostre idee - che la vittoria degli uni o degli altri reca nel suo grembo sanguinoso.
Una neutralit socialista che prescindesse dai possibili risultati della guerra attuale, sarebbe non solo un assurdo, ma un delitto. Ecco perch, sin dai primi di agosto, ci siamo rifiutati - anche a costo d'insorgere! - di collaborare cogli Imperi Centrali; in quanto avevamo ed abbiamo ancora ragione di deprecare la loro vittoria. Di qui il duplice aspetto della nostra neutralit di socialisti. Simpatica verso occidente, ostile verso oriente. Benigna verso la Francia, arcigna verso l'Austria-Ungheria. Questa "posizione" sentimentale e politica, ha avuto conseguenze pratiche immediate: il Partito Socialista ha dato la sua tacita approvazione al richiamo delle classi che dovevano garantire la neutralit dell'Italia, dalle possibili rappresaglie di un'Austria-Ungheria vittoriosa.
Le classi richiamate sono state due (un'altra era stata richiamata prima, in previsione di uno sciopero ferroviario) solo perch il vuoto dei magazzini militari non permetteva di pi, non gi perch i socialisti abbiano elevato protesta o tentato un'opposizione qualsiasi.  certo che nella prima quindicina di agosto - quando i "passi" degli ambasciatori austro-tedeschi si facevano pi frequenti e insistenti - noi avremmo accettato anche la mobilitazione generale dell'esercito, se per misura precauzionale il Governo l'avesse ritenuta necessaria.
Noi abbiamo fatto allora la prima importante concessione alla realt storica nazionale. Abbiamo sentito che sarebbe stato assurdo pretendere che l'Italia sola restasse inerme, mentre tutta l'Europa era una selva di baionette che s'incrociavano nell'urto immane e gli stessi piccoli Stati neutrali armavano per non subire l'angoscioso destino del Belgio.... Abbiamo ammesso che bisognava tenersi pronti per difendersi da eventuali rappresaglie austro-tedesche.
Questa ammissione pu condurci lontano: a vedere, cio, se convenga di opporci praticamente a quella guerra che ci liberasse "in preventivo e per sempre" da tali possibili rappresaglie future.
DAL MANIFESTO AL "REFERENDUM"
Senza la vigorosa campagna anti-guerresca del Partito Socialista, a quest'ora, molto probabilmente, le correnti che vogliono la guerra per la guerra, avrebbero potuto, avendo il sopravvento, trascinare il Paese nel pi irreparabile dei disastri. Questo "contrappeso" socialista  stato di una utilit provvidenziale. Inoltre il proletariato  rimasto immune dal contagio di ideologie estranee alla sua coscienza e ai suoi interessi di classe.
Ci  di un'importanza capitale. Questo pu dispiacere ai destri e ai democratici che pregustavano, in caso di guerra, le gioie del potere in un blocco di concentrazione nazionale; ma i casi recenti di Molinella, lo stillicidio delle punizioni ai ferrovieri, e le condanne numerose pei moti di giugno, dimostrano che il proletariato deve tenersi appartato dall'"umanit" nazionale che  - in definitiva - l'umanit borghese.
, ad ogni modo, inqualificabile che si sia pensato di "sfruttare" la guerra europea per determinare una situazione "parlamentare" bloccarda! Le collere dei "destri" contro la campagna dei socialisti italiani, tradiscono la segreta acerbissima delusione per il.... grande Ministero tramontato prima di sorgere!
Il "manifesto" tanto "esecrato" rappresenta un "momento" della nostra campagna anti-guerresca. Quel "manifesto" doveva essere cos. Non poteva essere che cos. La neutralit "assoluta" non si sostiene che cogli argomenti dell'"assoluto". Si prescinde dalla realt varia e multiforme della vita e della storia, e ci si apparta nella torre eburnea dei princip supremi. Il referendum, seguito al manifesto,  il "momento" culminante della nostra opposizione guerresca. Perch non si doveva consultare il "popolo"? Sarebbe dunque vero che il "popolo"  sovrano soltanto nelle sacre "carte" della democrazia?
Il diritto d'iniziative e di referendum non  tra i "postulati" del repubblicanesimo? Il "popolo" non ha dunque il diritto di manifestare la sua opinione specie quando si tratta del suo destino? O che le masse avrebbero solo il diritto di eleggere i deputati del riformismo monarchico e non quello di dire se vogliono o no la guerra? Democrazia sarebbe dunque - a un secolo di distanza - sinonimo di "giacobinismo"? Che i Governi e i re - i quali si arrogano la facolt di dichiarare la guerra - ignorino la volont dei popoli (e in caso di resistenza la violentino con lo stato d'assedio) si capisce: la volont dei popoli se consultata coinciderebbe assai raramente con quella dei re, ma che i socialisti accettino i sistemi dei Governi borghesi,  assurdo. Ecco perch bisognava "consultare" la massa, anche perch il Governo avesse una chiara indicazione sullo stato d'animo di gran parte dell'opinione pubblica.
Ma dopo il referendum che  stato l'atto pi solenne della nostra opposizione, problemi nuovi sono sorti e situazioni nuove sono venute a determinarsi. Conviene tenerne conto e parlarne.
IL DILEMMA
La neutralit "assoluta" ci poneva di fronte a due pericoli estremamente gravi che occorreva sventare. Qui  l'origine delle famose dichiarazioni del Mussolini. La neutralit assoluta minacciava di "imbottigliare" il Partito e di togliergli ogni possibilit e libert di movimento nel futuro. Accendere con una formula - che non imprigiona la storia - delle ipoteche sull'avvenire incerto, oscuro, imprevedibile,  un rischio estremo per un Partito che voglia combattere e non semplicemente e comodamente.... sognare.
Il primo pericolo da ovviare era di natura interna:  certo ormai - per mille segni - fra gli altri la non avvenuta denuncia del Trattato della Triplice - che la monarchia italiana non vuol muovere in guerra contro gli antichi e attuali alleati.
Ora l'opposizione dei socialisti anche ad una guerra contro l'Austria-Ungheria poteva favorire indirettamente il gioco triplicista della monarchia. Crearle, in un certo senso, un alibi presso l'opinione pubblica. Dare una giustificazione o un pretesto alla sua immobilit "neutrale" ma austro-tedescofila. Ora, la monarchia  scoperta. Non si pu pi diffamare dai nostri avversari - quasi sempre in malafede - la nostra opposizione alla guerra prospettandola come un ausilio alla politica triplicista delle classi dominanti italiane. Il pericolo d'ordine internazionale era questo e non meno grave del primo. Una opposizione socialista spinta agli estremi nel caso di guerra contro l'Austria-Ungheria non solo avrebbe svalutato il nostro atteggiamento anteriore, ma avrebbe potuto far nascere nell'opinione pubblica socialista e proletaria dei paesi della Triplice il sospetto di una nostra "complicit" sia pure involontaria con la politica degli Imperi Centrali.
Il fatto che la Nordeutsche Allgemeine Zeitung, organo ufficiale della Cancelleria del Kaiser - in commovente accordo coll'austriacante Popolo Romano, del "noto" Costanzo Chauvet - si compiacesse dell'atteggiamento di neutralit assoluta dei socialisti italiani offre materia a qualche riflessione. Notevole anche che l'Arbeiter Zeitung di Vienna si rammarica del nuovo atteggiamento dell'Avanti! e lo attribuisce.... allo sconvolgimento degli spiriti provocato dalla guerra. Sono facezie.... viennesi!
A coloro che intendono la neutralit assoluta nei confronti dell'Austria-Ungheria come l'impegno per un'azione pratica che eviti la guerra, il dilemma va posto in questi termini: se dopo al referendum, voi volete continuare e accentuare l'opposizione alla guerra, dovete prepararvi a fare la rivoluzione.
Per evitare una guerra, bisogna abbattere - rivoluzionariamente - lo Stato. Quando? Non certo alla vigilia della mobilitazione, ma appena il pericolo si delinei all'orizzonte.
In Italia, il momento buono sarebbe l'attuale. Vogliamo correre - per evitare una guerra - questa enorme avventura?
E sia. Ma credete voi che lo Stato di domani, repubblicano o social-repubblicano (di pi non  permesso attendere), non far la guerra, se le necessit storiche - interne ed esterne - ve lo costringeranno? E chi vi assicura che il Governo uscito dalla Rivoluzione non debba cercare - appunto in una guerra - il suo battesimo augurale? E se (siamo nel campo delle ipotesi) gli Imperi Centrali trionfanti intendessero riporre sul soglio "l'antico regime", sareste voi dunque o neutralisti "assoluti" ancora contrari a quella guerra che dovrebbe salvare la "vostra", la nostra rivoluzione? Ma dinnanzi a queste ipotesi.... future (che per hanno.... molti precedenti nella storia) rifiutarsi di distinguere fra guerra e guerra e pretendere di opporsi a tutte le guerre con identici mezzi, non  dar prova d una "intelligenza" confinante coll'imbecillit?
NAZIONI E INTERNAZIONALE
Chi nega l'esistenza di "problemi nazionali"  simile all'aristotelico Simplicio nei dialoghi di Galileo sui "Massimi Sistemi". Poich il sommo stagirita aveva detto che i nervi si dipartono dal cuore, il suo fedel discepolo Simplicio, molti secoli dopo, non voleva convincersi della realt contraria, anche sperimentandola. I "Simplicio" del socialismo che negano l'esistenza dei problemi nazionali non sono meno ciechi e dogmatici del Simplicio aristotelico.
I problemi nazionali esistono anche per i socialisti.
Non  inopportuno ricordare che il comizio del 28 settembre 1864 al "Martins-Hall" di Londra, che diede origine all'Internazionale, fu un comizio di solidariet colla Polonia straziata da Muraview. Esiste oggi in Polonia un Partito socialista rivoluzionario "nazionale", che ha nel suo programma la ricostituzione a nazione indipendente della Polonia.
Le vicende del Partito socialista austriaco e la clamorosa scissione degli czechi dalla centrale tedesca di Vienna, dimostrano non solo l'esistenza dei problemi nazionali, ma anche che tali problemi non risolti turbano lo svolgimento della lotta di classe. Non si scivola sul terreno dell'irredentismo ammettendo l'esistenza di un problema "nazionale" italiano oltre gli attuali confini d'Italia. Il caso del Trentino  tale che forza alla meditazione i neutralisti pi assoluti fra gli assoluti. Se questo popolo "italiano" fosse insorto contro l'Austria, con qual coraggio noi socialisti, che abbiamo avuto fremiti di solidariet per gli insorti armeni, candiotti, ecc., avremmo impedito un intervento italiano? Ora il Trentino  "virtualmente", moralmente insorto. Poich il problema dell'intervento militare italiano esorbita dalle nostre capacit e responsabilit di Partito di minoranza, con ideali lontani, non possiamo n dobbiamo assumerci l'iniziativa di una guerra, ma se la borghesia italiana, cui spetta la soluzione dei problemi nazionali, movesse contro all'Austria-Ungheria, noi - opponendoci - non faremmo che sacrificare il Trentino e giovare all'Austria-Ungheria, la quale - ci va ricordato ai socialisti -  il baluardo vero e maggiore della reazione europea. Preti e gesuiti sono appunto "neutralisti" per amore dell'Austria vaticanesca e temporalista!
Se il concetto di "nazione"  "superato", se la difesa "nazionale"  un assurdo per i proletar che non avrebbero niente da difendere, noi dobbiamo avere il coraggio di sconfessare i socialisti del Belgio e di Francia che dinnanzi all'invasione tedesca hanno confuso - temporaneamente, si capisce! - nella nazione la classe e dedurre di conseguenza che un solo socialismo v' al mondo, genuino, autentico, purissimo: il socialismo italiano.... Ma  un atto di superbia, che per molte ragioni non ci conviene!
SITUAZIONE - EVENTUALIT
Noi socialisti italiani possiamo anche non accettare il punto di vista dei socialisti francesi, belgi, inglesi. Possiamo ammettere che i loro giudizi siano il risultato della situazione eccezionale in cui si trovano quei nostri compagni. Ma non possiamo nemmeno chiudere l'orecchio alle voci che ci giungono d'Oltre Alpe. Sarebbe ingeneroso e anti-socialistico. Finch Herv ci dirige le sue epistole presuntuose e insolenti, possiamo scrollare le spalle e pensare che il brav' general vuole farsi perdonare i suoi trascorsi di sans patrie, ma quando parlano altri uomini - i giganti - che alla causa del socialismo e della rivoluzione sociale hanno dedicato tutta la loro vita, bisogna, almeno, ascoltare. Amilcare Cipriani - nome caro a tutti i socialisti - ha detto che i socialisti italiani dovrebbero "concedere" all'Italia di scendere in guerra contro l'Austria-Ungheria. Eduard Vaillant, il condannato a morte della Comune, ha parlato chiaro sugli obbiettivi della Francia nella guerra contro il militarismo imperialista della Germania.
H. M. Hyndmann, il capo dei marxisti inglesi, ha auspicato l'intervento dell'Italia con questi obiettivi:
1. per tenere alto il diritto proprio e salvaguardare la libert e l'indipendenza dei piccoli Stati;
2. per ottenere la fine della guerra e l'emancipazione delle nazionalit oppresse in Europa;
3. per contribuire ad affrettare la fine di questa terribile conflagrazione;
4. per assicurare all'Italia il diritto di reclamare la cessione di territor ai quali essa giustamente aspira per ragioni storiche e di razza.
Pietro Kropotkin, uomo a cui nessuno vorr negare la devozione infinita alla causa rivoluzionaria, si esprime nella lettera pubblicata nel Freedom di Londra ai primi di ottobre, in termini ancora pi espliciti. Tutto ci deve essere meditato.
VIA APERTA!
Marx opinava che "chi compone un programma per l'avvenire,  un reazionario". Paradosso! Nel nostro caso, per, verit. Il programma della neutralit "assoluta", per l'avvenire,  reazionario. Ha avuto un senso, ora non l'ha pi. Oggi,  una formula pericolosa, che ci immobilizza. Le formule si adattano agli avvenimenti, ma pretendere di adattare gli avvenimenti alle formule  sterile onanismo,  vana,  folle,  ridicola impresa. Se domani - per il gioco complesso delle circostanze - si addimostrasse che l'intervento dell'Italia pu affrettare la fine della carneficina orrenda, chi - fra i socialisti italiani - vorrebbe inscenare uno "sciopero generale" per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie in Francia, Germania, Austria, ecc., sarebbe anche una prova suprema di solidariet internazionale? Il nostro interesse - come uomini e come socialisti - non  dunque che questo stato di "anormalit" sia breve e liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi?
E perch l'Italia - sotto la pressione dei socialisti - non potrebbe domani costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto ai diritti delle nazionalit tutte?
Sono ipotesi, eventualit, previsioni, sappiamo bene.
Ma tutto ci dimostra che noi non possiamo "imbozzolarci" in una formula, se non vogliamo condannarci all'immobilit. La realt si muove e con ritmo accelerato. Abbiamo avuto il singolarissimo privilegio di vivere nell'ora pi tragica della storia del mondo. Vogliamo essere - come uomini e come socialisti - gli spettatori inerti di questo dramma grandioso?
O non vogliamo esserne - in qualche modo e in qualche senso - i protagonisti? Socialisti d'Italia, badate: talvolta  accaduto che la "lettera" uccidesse lo "spirito". Non salviamo la "lettera" del Partito se ci significa uccidere lo "spirito" del socialismo!
BENITO MUSSOLINI
Dall'Avanti!, N. 288, 18 ottobre 1914, XVIII.
 [LE RAGIONI DEL DISSIDIO E LE DIMISSIONI]
Il prof. Mussolini ha abbandonato la scorsa notte il suo posto. Ci siamo intrattenuti con lui all'Avanti! mentre stava raccogliendo e spogliando le sue carte, disponendole in pacchi che nella notte stessa egli ha fatto portare a casa sua. Nel suo studio rimasero a lungo i redattori del giornale socialista. Erano le ultime ore di lavoro accanto al Direttore che se ne va. Le dichiarazioni del prof. Mussolini sono state energiche ed esplicite.
- Domattina - ci disse - compariranno dieci righe di congedo. Un congedo breve: conterr una semplice considerazione: che io cio, ripetendo il mio mandato al congresso, avrei dovuto rispondere della mia opera al congresso. Il Partito giudicher? In base a che cosa? Sa la massa ci che io detto a suffragio della mia tesi?
I socialisti che in questi giorni hanno voluto sapere qualche cosa intorno alle nostre discussioni sono stati costretti a cercare notizie nei giornali borghesi. I giornali borghesi sono stati forzati ad approfittare di indiscrezioni. Perch non si sono spalancate le porte? Io avrei parlato pi energico e pi esplicito se pi energico e pi esplicito ancora mi fosse stato concesso di essere. Il mio atteggiamento? Gi mi pervengono numerosissime lettere e telegrammi di operai e di esponenti di organizzazioni. Io sono colla massa. Ecco qua un elenco di giornali settimanali di provincia: quattordici. Il pensiero loro  il mio pensiero. Il proletariato ha "sentito" il mio articolo di domenica. Degli operai mi hanno scritto: "Finalmente! Attendevamo da tanto tempo questa parola decisiva. Respiriamo!" Il professor Salvemini mi ha inviata una cara lettera. Quello che muoveva il Direttore dell'Avanti!, dunque, muove la massa.
- E la Direzione del Partito non se ne  accorta?
- La Direzione non se ne  accorta. Io ho scritto l'articolo di domenica per preparare la base della discussione. L'articolo di domenica non  stato neanche sfiorato.
- Come? Ma lei....
- Io ho dovuto risostenere il mio pensiero. Ho dovuto cio dimostrare come e perch si deve passare dalla neutralit assoluta alla neutralit attiva ed operante. Intendiamoci bene. Non  pi possibile rimanere assolutamente neutrali nella legalit. Ormai per essere neutrali bisogna saper assumere un altro e ben diverso atteggiamento. Ho detto: se lo volete, se vi sentite io sono alla vostra testa: neutralisti fuori della legalit. Vi sentite di uscire dalla legalit? Badate bene: uscire dalla legalit significa esordire con un pronunciamento: "Signori generali le prime palle sono per voi!"
Uscire dalla legalit significa insorgere contro la monarchia, mettere a saccheggio, scendere nelle piazze: significa insomma insurrezione armata del popolo contro lo Stato. Ebbene: bisogna essere decisi. Ma la neutralit assoluta nella legalit, ormai  divenuta insostenibile. Ti assumi la responsabilit, tu Partito Socialista, di questo enorme flagello che percuote il mondo, che insanguina ogni terra? Vi assumereste la responsabilit, voi che dirigete il Partito, di questo massacro a scadenza illimitata quando vi fosse la certezza che un intervento italiano potrebbe determinare la fine?
Ecco come bisogna affrontare la situazione. Ed  cos che l'ho impostata e l'ho sostenuta. Il mio atteggiamento del resto  apparso chiaro dopo la penultima riunione della Direzione del Partito. Sentivo che a questo posto io, compiendo una missione affidatami, contribuivo ad una situazione d'oro per il Governo. Neutralit assoluta  stata ed  la divisa di Salandra: neutralit assoluta  stata ed  la divisa del Partito Socialista. Ma mentre per il Partito Socialista l'atteggiamento fino a un certo momento fu la conseguenza del suo contenuto idealistico e pratico, per il Governo la neutralit assoluta  stata un buon pretesto per nascondere una vergognosa e fatale impreparazione. Sicch questo spauracchio agitato da noi in buona fede ha offerto la migliore speculazione al Governo. Ma ora basta collo spauracchio. Ognuno sa e vede che dietro allo spauracchio non c' assolutamente nulla.
-	Secondo lei dunque la Direzione avrebbe dovuto dichiararsi favorevole ad un intervento.
-	Ho detto chiaro: nessuna partecipazione. Le classi dominanti sappiano questo: in caso di una guerra contro l'Austria il socialismo italico lascia aperta la via. Non spetta a noi il dovere di risolvere questi problemi. Ma a noi pu convenire - per cos dire - una partecipazione passiva. Talune riforme, molte riforme che noi non ci sentiamo di invocare possiamo bene accoglierle dallo stato imperante. Partecipazione passiva, dunque, nel senso che pi le classi dominanti giungono al loro "perfezionamento politico" meno grave  il compito che al socialismo sar riservato.
Dunque il socialismo lascia libera la via ad una impresa contro l'Austria. Ma deve essere un'impresa esplicita: non deve passare attraverso un menzognero pretesto. Perch il Partito Socialista dovrebbe opporre un'azione ostile ad un'azione militare intesa a liquidare l'orrenda situazione?
- Ella avrebbe dovuto rispondere della sua opera soltanto al congresso.
-  vero. Ma io non ho l'animo proclive a queste considerazioni di ordine burocratico. Il giorno in cui ho sentito la divergenza - in un momento gravissimo - non ho esitato a lasciar libero il posto a chi questa divergenza sapr evitare. Ci sar quest'uomo?  un momento gravissimo: io ho passato lunghe notti insonni. Si trattava di avviare tutta la massa proletaria per una via sicura; si trattava di incanalarla con uno scopo chiaro e una mta precisa. Compito arduo, compito di enorme responsabilit. E ho pensato, ho pensato molto. Ho sofferto molto. Fino a che mi sono sentita la forza di poter conservare il mandato trasmesso, manifestando il pensiero della Direzione del Partito, ho sostenuta la neutralit assoluta. Ma  venuto il giorno in cui la situazione non ci autorizzava pi a perseverare. Eravamo fuori strada. Non invocazioni di guerra, n dichiarazioni di solidariet nelle responsabilit di un'azione. Ripeto: partecipazione passiva. La strada  libera: il proletariato tace e assiste e attende. Non mi hanno compreso. Ma il proletariato mi ha compreso, mi comprender. C' stato,  vero, un referendum. Ma pu essere un indizio? Occorreva chiedere la risposta anche a coloro che erano favorevoli! O, quanto meno, converrebbe ora aggiungere una subordinata: "E della guerra contro l'Austria che ne dite?" Il proletariato italiano risponderebbe con un nuovo plebiscito, ma in senso opposto al primo! La guerra all'Austria  sentita e voluta. Non ce lo siamo mai nascosto questo stato d'animo della folla. Sempre ci siamo chiesti reciprocamente: "E se si trattasse di andar contro l'Austria?" Silenzio. Ebbene, diciamola questa verit: contro l'Austria la neutralit assoluta cade automaticamente. Ecco il Partito nel vicolo. La grande via che l'avrebbe salvato  chiusa. Ma anche il vicolo  sbarrato. Ma il popolo, la massa operaia che ha risposto al referendum, va.
- E lei crede che l'Italia finir con l'intervenire?
- L'Italia interverr. Dovr intervenire. Se no la monarchia si vedr sorgere in faccia lo spettro della rivoluzione. Sicuro: sar inevitabile un pronunciamento militare. Ma lo sanno anche i governanti che alla conferenza della pace chi sar rimasto colle mani alla cintola - indifferente a tanto scempio - non potr avanzare pretese. E l'Italia ha il suo compito ben tracciato.
- Contro l'Austria.
- Contro l'Austria senza raggiri: direttamente, apertamente.
- Sicch il suo pensiero concorda con quello dell'on. Battisti....
- Oh, io lo comprendo Battisti! Ma non voglio come lui che il Partito Socialista assuma delle responsabilit.
- Cos dunque lascia il suo posto?
- Lascio il posto che ho tenuto per ventitr mesi. Oh, io sconto, in questo momento, qualche vecchio peccato. Non si ricordi soltanto l'articolo di domenica; si ricordi anche quello della settimana rossa: Tregua d'armi! Ma i socialisti sappiano che non io soltanto "sento" cos in questo momento. Altri uomini hanno scritto sostenendo le mie idee. E quegli uomini incarnano il socialismo. Se rimangono sulla breccia e se la loro parola  sempre accolta dalla massa vuol dire che la massa "sente" in quest'ora come me che me ne vado. Ma la massa mi dar ragione.

Intervista concessa a Il Secolo, la sera del 20 ottobre 1914 (Da Il Secolo, N. 17435, 21 ottobre 1914, XXXIX).
 [GUERRA E NEUTRALITA]*
Verso mezzanotte, abbiamo trovato il prof. Mussolini nel suo ufficio dell'Avanti!, intento ad ordinare fasci di lettere. Chiestogli se veramente insisteva nelle dimissioni presentate, egli ha risposto:
- Sicuro, non vede che sto facendo le valigie? Stasera stessa me ne vado: ho gi preso congedo. Non posso rimanere in questo posto quando un dissenso cos profondo  sorto tra me e la Direzione del Partito.
A proposito del convegno di Bologna il Direttore dell'Avanti! ci ha detto che le sue dichiarazioni pubblicate domenica sul giornale e che dovevano formare la base della discussione, non vennero nemmeno esaminate.
- Si  detto che la mia strada non  la buona e che non pu essere battuta. Io opino invece che il Partito Socialista non possa rimanere nella legalit sostenendo la neutralit assoluta. Cosa far domani se la guerra sar proclamata? Per essere coerente, dovrebbe contrapporre la rivoluzione. E se fosse cos, io non avrei nessuna difficolt a seguirlo. Invece la Direzione del Partito la pensa ben diversamente, perch sa che ci che agita non  che un fantoccio senza vitalit. Ed allora perch non parlare con sincerit?
Ma dir di pi. Abbiamo protestato contro Salandra perch in momenti cos difficili non ha voluto convocare il Parlamento; e dobbiamo purtroppo constatare che la Direzione del Partito fa altrettanto. Perch non si  appellata al proletariato? Sono tre mesi che questi uomini discutono; ma il paese non sa ancora chiaramente quale atteggiamento prendere. Io sono convinto che se fosse stato indetto un congresso, le mie idee avrebbero avuto il suffragio della maggioranza. Gi undici giornali socialisti si sono pronunciati in mio favore, senza contare che ho avuto l'adesione di parecchi uomini politici. Anche fra i deputati, diversi sono favorevoli alla mia tesi, cio hanno consigliato una neutralit condizionata e rilevato che, in caso di guerra contro l'Austria, i socialisti non dovrebbero inscenare movimenti che sarebbero estremamente dannosi.
Cos ha scritto un mese fa anche l'on. Treves, mentre adesso non capisco perch  anche egli per la neutralit assoluta. E in questo senso parl pure l'on. Turati al Teatro del Popolo, quando disse che i socialisti non dovevano ipotecare il domani n lanciare delle vane minaccie.
- Ed allora - abbiamo chiesto - come spiega l'atteggiamento della Direzione del Partito?
- Credo che vi abbia influito anche la frazione riformista. E temo proprio di scontare un po' l'opposizione che ho sempre manifestato ai riformisti. Ricorder quella famosa riunione che ebbe luogo l'anno scorso a Milano, dove quarantanove socialisti fecero un pronunciamento contro di me, e chiedevano che venisse affrettato il congresso per discutere sul contegno dell'Avanti! Costoro ricordano ancora l'articolo che scrissi durante la settimana rossa: Tregua d'armi; e adesso hanno voluto prendersi la rivincita. "Mussolini  favorevole ad una neutralit vigile; ebbene: noi sosteniamo la neutralit assoluta". Questo deve essere stato il loro discorso. Sono riusciti nello scopo ma non importa: il Partito giudicher chi di noi avr ragione.
N si dica che il referendum ha dato risultati contro la guerra. Non  affatto vero. Il referendum, ha solo un valore polemico e null'altro.
Si capisce che tutti noi siamo contrari alla guerra. Andate per a chiedere alla massa operaia se  favorevole ad una guerra contro l'Austria e vedrete che la maggioranza, se non la quasi totalit, vi dir di s.
- Insomma crede che la guerra si far?
- Sicuro: e se non si dovesse fare, indubbiamente ne deriverebbe un moto rivoluzionario. Chi sta a capo del Governo deve averlo compreso. Certo noi socialisti non possiamo dire: "andate in guerra"; per diciamo: "andate dove i destini vi chiamano e noi non vi ostacoleremo il passo". Il Partito Socialista per non deve assumersi responsabilit n iniziative, perch tutto ci esorbita dalla sua capacit e dalla sua funzione storica.
Questo  l'atteggiamento che noi dovremmo seguire e non immobilizzarci in una neutralit assoluta che non potr essere conservata.
Vede che cosa  avvenuto a proposito di neutralit? Il Governo ha creduto veramente che l'opposizione del Partito Socialista potesse avere un valore reale; ed ha fatto credere che la guerra non si doveva fare perch il paese era contrario. Quando invece si  accorto che i socialisti, in questo momento, erano isolati, ha detto la verit: la guerra non l'abbiamo fatta perch eravamo impreparati.
Cos la politica socialista ha servito a nascondere al paese, per tre mesi, la verit sulle condizioni del nostro esercito.
Abbiamo ancora chiesto al prof. Mussolini se abbandoner Milano; ed egli ci ha risposto di no. Sul comitato di redazione dell'Avanti! che sar nominato, nulla ci ha saputo dire all'infuori di questo: che a Bologna vennero fatti i nomi di Bacci e Serrati.
 CONGEDO
In seguito alle decisioni della Direzione del Partito, ho rassegnato le dimissioni da direttore dell'Avanti! Nominato da un congresso nazionale, solo dinanzi un altro congresso nazionale avrei dovuto rendere conto del mio mandato; ma io, quantunque ci siano dei precedenti, non faccio questioni di procedura, e me ne vado. Con serenit, con orgoglio e con fede immutata!
BENITO MUSSOLINI.

UNA LETTERA DI SALVEMINI
Di ritorno a Milano ho trovato diversi telegrammi, lettere, cartoline di solidariet. Pubblico solo la cartolina di Gaetano Salvemini e ringrazio tutti.
Faenza, 18 ottobre.
Caro Mussolini,
Ho letto in treno il tuo magnifico articolo sulla neutralit "non" assoluta. E sento il bisogno di fartene i miei rallegramenti: il tuo istinto sano e forte ti ha fatto arrivare anche questa volta alla linea buona di condotta. E non  piccolo atto di coraggio il tuo, questo di rompere la lettera per salvare lo spirito dell'internazionalismo, in questo nostro paese di sagrestani formalisti e chiacchieroni.
Tuo
GAETANO SALVEMINI
Dall'Avanti!, N. 291, 21 ottobre 1914, XVIII.

 LA NEUTRALITA SOCIALISTA
UNA LETTERA DEL PROF. MUSSOLINI
Onorevole Direttore del Corriere della Sera,
voglia concedermi lo spazio per alcune linee di risposta all'on. Treves, che nell'articolo pubblicato sul Corriere e riprodotto ieri sull'Avanti! - integralmente, compresi i punti interrogativi - mi dirige, pur senza nominarmi, qualche frecciata polemica. Mi limiter soltanto alla parte che direttamente mi riguarda. Chi conosca un poco la storia del socialismo italiano, o meglio di quel periodo di storia che va ormai sotto il nome di "dittatura giolittiana", prover un certo senso di meraviglia nello scorgere l'on. Treves strenuamente affaticato all'opera di salvataggio dell'"autonomia" di classe del proletariato. Ai tempi, non lontani, delle tacite e palesi e scandalose collaborazioni ministeriali, i riformisti si infischiavano bellamente di questa "autonomia" di classe, che fanno risorgere ora per motivi di Partito e che intendono preservare - vestali incontaminabili - da ogni impuro contatto borghese.
Pare quindi all'on. Treves delitto grave di leso socialismo l'asseverare - come io ho fatto altrove - che "la soluzione dei problemi nazionali spetta alla borghesia". Sarei stato tirato nella pania dal nazionalismo! Nientemeno! Lo si  detto anche su qualche altro giornale, presentandomi alla platea come un democratico.... cavallottiano. Ma io rispondo - en passant - che gli  appunto per sfuggire all'impasse della guerra cosidetta democratica, che io mi sono - marxisticamente - posto a valutare l'ipotesi di un intervento italiano nella guerra europea da un punto di vista nazionale (che non  nazionalista e pu essere invece anche proletario). E all'on. Treves ricordo che l'affidare alla borghesia la soluzione dei compiti storici che le competono,  infinitamente pi naturale e socialistico che l'affidare alla borghesia, collaborando con essa - come facevano ieri e faranno domani i riformisti - la soluzione di quei problemi che il proletariato deve porsi a risolvere da s, sviluppando le sue capacit materiali e morali all'infuori della "tutela" e del "patronato" statale che i riformisti hanno sempre e fin troppo vagheggiato e sollecitato.
Quanto alla neutralit assoluta (?) dell'on. Treves, vediamo un po'. L'on. Treves si domanda:
"Il rivoluzionarismo intransigente (!) fa blocco gravitando sulla borghesia guerraiola? Niente di pi naturale".
Osservo: che non solo il rivoluzionarismo intransigente gravita ecc., ma che anche il riformismo, vero autentico (il bissolatiano) pel quale i riformisti rimasti nel Partito hanno avuto sempre molte simpatie (effetto della evidentissima affinit),  molto pi "gravitante" di noi. La borghesia guerraiola italiana  una.... invenzione. I gruppi politici che nel Parlamento rappresentano tale borghesia si sono riuniti pi volte in questi tre mesi, ma le loro voci erano "fioche" assai a proposito della guerra. Parlare di una borghesia guerraiola italiana .... sognare. I nazionalisti tempestano appunto contro questa borghesia che  sorda ed insensibile alle loro troppo eccitanti fanfare guerresche. Ma l'on. Treves chiede ancora:
"Il socialismo positivo e neutralista (sic) viene propendendo per la borghesia lavoratrice? Che cosa di pi legittimo?".
Si noti: il socialismo dell'on. Treves propende per la borghesia lavoratrice, dimenticando naturalmente il proletariato lavoratore. Non si tratta pi di scegliere fra borghesia e proletariato, ma fra due qualit di borghesi: quelli che vogliono la guerra (inventati dall'on. Treves a scopo polemico perch in realt non esistono), e gli altri che lavorano per l'Austria-Ungheria e la Germania mandando ai nostri alleati un po' di tutto: fieno e reticolati di ferro, cereali e camions, ferro e oro.
L'on. Treves "va propendendo" per questa borghesia.... produttrice e neutralista a favore degl'Imperi Centrali e trova una coincidenza di sentimenti e di interessi fra questa borghesia e il socialismo positivo? Condoglianze sincere!
"Io - continua l'on. Treves - personalmente mi sono battuto per una concezione della conquista socialista che escludesse i "terni secchi" del gioco del lotto: o siamo rivoluzionari, o siamo guerreschi; una conquista socialista che sia il premio di una evoluzione saggia, costante, metodica....".
Oh! l'evoluzione saggia (leggi pantofolesca), collaudata nuovamente sulle colonne del quotidiano socialista rivoluzionario.... Quanto alla concezione dell'on. Treves, essa  stata cosa clamorosamente battuta, smentita, polverizzata dagli avvenimenti odierni, che fa pena, veramente pena di vedere un avvocato che si sforza di darle ancora qualche credito. I "terni secchi" ci sono stati, ci sono, e ci saranno ancora nella storia, e si chiamano appunto: rivoluzioni e guerre.
Del resto, lo stesso on. Treves appena due mesi fa nella Critica Sociale del 16-31 agosto non solo non era neutralista assoluto, "ma andava propendendo" pei "terni secchi".
Cito abbondantemente - come si vedr - per non imitare Talleyrand. Allora l'on. Treves era di un pessimismo apocalittico, adesso invece pare di un ottimismo panglossiano. Allora buttava a mare la neutralit assoluta, adesso ne raccoglie la formula. Allora scriveva (La nostra neutralit):
"Chi si guarda attorno e sente le voci che vengono dalle frontiere, non pu sfuggire all'idea che fra breve la cerchia esterna di fuoco accesa dalla guerra ci stringer d'attorno come se tutta l'Italia dalla parte per cui  unita alla terra d'Europa, fosse stretta d'assedio.
"Non solo. Ma le stesse vie del mare possono forse dalle leggi e dalle necessit della guerra esserci ostruite alle spalle. Per effetto di ci tra breve la nostra neutralit - se pur contiamo sia rispettata dal di fuori - sar ridotta a "nutricarsi da s al di dentro". Ci vuol dire che mentre l'Europa ci ha ributtato qualche milione di emigranti che va ad aggiungersi alle torme dei disoccupati che gi la crisi economica aveva messo sul lastrico, tra breve saranno rese difficilissime anche le trasmissioni e le consegne delle materie prime.... I metallurgici hanno gi disposto per la riduzione del tempo di lavoro. I giornali "razionano" gi la carta. Che avverr pi tardi?  previsione cos stramba quella che suppone che possa venire un giorno nel quale ci accorgeremo "che la nostra neutralit", tranne l'orrore specifico delle carneficine, non ci risparmia nessuno degli orrori della guerra? Che il proletariato italiano, se non marcia alla morte nei campi aperti dei grandi massacri, esanimisce in casa in una morte lenta a goccie, di fame, che spegner non solo gli uomini validi, ma anche i giovani, i bambini, le speranze pi prossime della resurrezione?
"Che pertanto il proletariato italiano apprezzando sempre meno i "benefic" di cotesta neutralit, possa altres trovare che, "morire per morire, meglio ancora valga rompere il cerchio e tentare una sortita di liberazione", la quale gli sembri mettere d'accordo le sue estreme illusioni con le simpatie e gli affinismi che si saranno sviluppati durante i fatti della guerra; e ci nel disperato intendimento di affrettare i fati, di precipitare la fine?
"La neutralit, che  una convenienza certissima del proletariato italiano allo scoppio della guerra europea, non  pi un dogma del socialismo, una volta che si tratta di "neutralit unilaterale" e pertanto le circostanze possono indurre il proletariato a "rivederne" i termini, ed a "modificarne" i predicati. La formula oggi savissima non permette di imbozzolarci dentro, non  "un imperativo categorico" resistente ad ogni relativit utilitaria.... Il perch la nostra neutralit oggi non ha da essere passiva, indifferente, se pure deve essere raccolta ed austera. E nemmeno si pu nutricare di verbosi discorsi nei comizi, volti soltanto a deprecare da noi quello che indarno fu da altri deprecato: il flagello della guerra....".
Come si vede, la neutralit dell'on. Treves era, allora, molto relativa tanto che "andava propendendo" per l'intervento dell'Italia onde affrettare la fine del conflitto. Nessun rimprovero per il cangiamento di tesi, ma rilevarlo non  inopportuno. Con questa differenza: che allora la neutralit assoluta poteva avere un significato ideale e una utilit pratica, oggi non ha pi n l'uno, n l'altra. Oggi  un dogmatismo impacciante ed assurdo. Tanto pi strano  il fatto che oggi appunto l'on. Treves si aggrappi alla formula della neutralit assoluta e cerchi di giustificarla in tutti i casi, salvo quello della "difesa". Distinzione bizantina sulla quale non val la pena di discutere.
L'on. Treves aspetta dunque per difendersi che i tedeschi siano giunti a Milano? e abbiano demolito il Duomo coi mortai da "42"? Non potrebbe essere allora troppo tardi? Gi. Ma se l'on. Treves non sar nel frattempo caduto sulle trincee, "offrendo il petto alle nemiche lancie".... degli Ulani della morte, udremo un grande, un grande discorso a Montecitorio, col quale l'on. Treves si erger implacabile accusatore della borghesia italiana, colpevole di non aver saputo "prevenire" in tempo la calata dei tedeschi a Milano.... Cio: difendersi in tempo!
Grazie, on. Direttore, e mi creda suo obbligatissimo
BENITO MUSSOLINI
Dal Corriere della Sera, N. 295, 25 ottobre 1914, 39.
 MUSSOLINI RICONFERMA
LA SUA AVVERSIONE ALLA NEUTRALIT.
IL NUOVO GIORNALE STA PER USCIRE
Benito Mussolini, dopo aver confermato, parlando con un amico, che il nuovo giornale da lui diretto, Il Popolo d'Italia, vedr la luce il 15 corrente, ha soggiunto:
- Si pensava da molti che io mi fossi ritirato a vita privata, che io mi acconciassi a tacere. Il mio assenteismo dalle assemblee di Partito a Milano, la mia rinunzia a parlare in un comizio - dovuta questa anche ad impossibilit d'indole materiale - potevano far credere infatti che io fossi deciso ad appartarmi per lasciar libero il campo ai fautori della neutralit herveista e tolstoiana. Invece io mi preparavo l'arma, la mia arma, colla quale riprendere senza indugio e con ardore rinnovato la battaglia contro la neutralit assoluta. Ma chi la sostiene pi al di fuori di qualche dozzina di ritardatari?
La neutralit assoluta era una camicia di Nesso che io portavo per tutti e che ho gettato per il primo. Adesso moltissimi mi seguono. Ho ricevuto una quantit di adesioni, anche di operai. Amilcare Cipriani m'ha scritto una lettera affettuosissima. Parecchi di coloro che appartengono alla lite pensante del socialismo italiano mi hanno espresso la loro solidariet.  sintomatico, altrettanto sintomatico, il contegno di Turati. Il deputato del V collegio si  sbarazzato della neutralit assoluta. Leggete il suo ordine del giorno: ammette la difesa in caso di aggressione, ammette che il Partito Socialista non possa disinteressarsi dei risultati di questa guerra: ammissioni preziose, che conducono lontano. Il grido di Turati: "Guai agli assenti!", non vi sembra un pochino intervenzionista?
- Resta a discutersi il modo, il quando e il perch dell'intervento, ma tutto ci esula dalla questione di principio. Si tratta di una valutazione di circostanze. L'on. Treves  neutrale semplicemente,  l'avvocato d'ufficio di una causa sballata. L'eccellente avvocato ci mette molto impegno, ma nessuna convinzione. Del resto anch'egli ha voglia d'intervenire in qualche modo, magari per conto dell'Inghilterra in Egitto.
Contro la neutralit assoluta  dunque battaglia vinta. Insomma, il Partito Socialista rientra, perch non pu farne a meno, sul terreno della realt nazionale, come hanno fatto i Partiti socialisti di tutti gli altri paesi. L'Internazionale, dato che sia mai stata qualche cosa di pi profondo di una vaga aspirazione tendenziale e di pi fattivo di un ufficio di corrispondenza sedente a Bruxelles, il quale ufficio emanava una o due volte all'anno un insipido bollettino trilingue di informazioni, l'Internazionale, questa Internazionale,  spacciata,  morta. Certi socialisti italiani vogliono propinare delle sacche d'ossigeno a questo cadavere, colla peregrina illusione di tornarlo a vita. Ma  fiato sprecato. Bisogna, invece di biascicare meccanicamente le formule della verit rivelata e finita, affrontare il problema dell'internazionalismo sul terreno della critica. Ed allora io sono tratto a domandarmi se l'internazionalismo non sia un oggetto di lusso, una di quelle idee-limite, che si possono anche portare nel proprio bagaglio dottrinale o piuttosto morale, ma sulle quali sarebbe imprudente fissare la linea di condotta precisa per un Partito che non sia un'accolta di sognatori. Io mi domando se l'internazionalismo sia un elemento assolutamente necessario alla nozione di socialismo. La critica socialista di domani potrebbe anche esercitarsi a trovare una forza d'equilibrio fra la nazione e la classe. Voi vi domanderete allora dove va a finire il motto di Carlo Marx: "Proletari di tutti i paesi unitevi". Certo, Cristo, molto prima di Marx, aveva gridato che gli uomini sono tutti fratelli, con qual risultato lo si vede, ahim! Cristo d'altra parte non era un pacifista, e Carlo Marx aveva delle simpatie marcatissime per la guerra. Mi propongo, fra l'altro, di far conoscere il Marx guerrafondaio, quale risulta in modo particolare dal carteggio Marx-Engels. Ne volete un saggio, a guisa di aperitivo?
Il 20 luglio 1870 Marx scriveva ad Engels: "I francesi hanno bisogno di essere battuti". Al 13 di luglio Engels entusiasta scrive: "La mia fiducia nelle forze militari tedesche cresce ogni giorno e siamo noi che abbiamo guadagnato la prima battaglia". I socialisti parigini, avendo avuto la melanconica idea di rivolgere un appello al popolo tedesco, sapete come venivano chiamati da Marx? "Gli imbecilli di Parigi", e fra questi imbecilli c'erano molti dei futuri eroi della Comune. Cito fra gli altri Beslan, Carmelinat, Longuet, Vaillant. Non vi pare che anche Marx fosse un poco affetto da pangermanismo? Mi riservo di darne una pi ampia documentazione. Di pi ancora: la prima fase dell'esistenza dell'Internazionale, la fase della fede, dell'entusiasmo, dei sogni, fu travagliata da un dissidio che ripeteva le sue origini profonde da un'antitesi di carattere internazionale: il dissidio Marx-Bakunin, il dissidio tra la mentalit slava e tedesca.... Insomma, bisogner sottoporre al libero esame il dogma dell'internazionalismo.
Perdonate la digressione, e ritorniamo alla neutralit. Per mio conto ho risolto il problema: intervento e, possibilmente, immediato. La massa che non pensa  per la neutralit assoluta od assolutissima, i socialisti che pensano e che riflettono sono per una neutralit ragionevole, che ha tutta una gamma di sfumature. Una forte minoranza infine  per l'intervento.
A costoro io mi rivolger di preferenza, ma non dispero di toccare l'altra massa, quando potr parlarle tutti i giorni.
 AUDACIA!
All'indomani della famosa riunione ecumenica di Bologna, nella quale - per dirla con una frase alquanto solenne - fui "bruciato", ma non "confutato", io posi a me stesso il quesito che oggi ho risolto creando questo giornale di idee e di battaglia. Io mi sono dimandato: debbo parlare o tacere? Conviene che mi ritiri sotto la tenda come un soldato stanco o deluso, o non  invece necessario che io riprenda - con un'altra arma - il mio posto di combattimento? Vivere o morire, sia pure inghirlandato di molti elogi.... postumi, alcuni dei quali avevano la deliziosa insincerit delle epigrafi pei defunti? Sicuro come sono che il tempo mi dar ragione e frantumer il dogma stolto della neutralit assoluta, come ha spezzato molti altri non meno venerabili dogmi di tutte le chiese e di tutti i partiti, superbo di questa certezza ch' in me, io potevo aspettare con coscienza tranquilla. Certo, il tempo  galantuomo, ma qualche volta  necessario andargli incontro.
In un'epoca di liquidazione generale come la presente, non solo i morti vanno in fretta come pretendeva il poeta, ma i vivi vanno ancor pi in fretta dei morti. Attendere, pu significare giungere in ritardo e trovarsi dinnanzi all'inesorabile fatto compiuto, che lamentazioni inutili non valgono a cancellare. Se si fosse trattato e si trattasse di una questione di secondaria importanza, non avrei sentito il bisogno, meglio, il "dovere", di creare un giornale: ma, ora, checch si dica dai neutralisti del socialismo conservatore, una questione formidabile sta per essere risolta: i destini del socialismo europeo sono in relazione strettissima coi possibili risultati di questa guerra; disinteressarsene significa staccarsi dalla storia e dalla vita, lavorare per la reazione e non per la Rivoluzione Sociale. Ah no! I socialisti rivoluzionari italiani - sian essi guidati dal raziocinio o sospinti da oscure, ma infallibili intuizioni sentimentali - sanno qual  il grido che conviene lanciare al proletariato italiano. La neutralit non pu essere un dogma del socialismo. Esisterebbero dunque solo nel socialismo e per giunta, nel socialismo italiano, delle verit "assolute" che possono sfidare impunemente le ingiurie del tempo e le limitazioni dello spazio, come le verit indiscutibili e eterne della rivelazione divina? Ma la verit assoluta attorno alla quale non si pu pi discutere, che non si pu pi negare o rinnegare,  la verit morta; peggio,  la verit che uccide. Noi non siamo, noi non vogliamo esser mummie perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte, o rinchiuderci tra le siepi anguste della beghinit sovversiva, dove si biascicano meccanicamente le formule corrispondenti alle preci delle religioni professate; ma siamo uomini e uomini vivi che vogliamo dare il nostro contributo, sia pure modesto, alla creazione della storia. Incoerenza? Apostasia? Diserzione? Mai pi. Resta a vedersi da quale parte stiano gli incoerenti, gli apostati, i disertori. Lo dir la storia domani, ma la previsione rientra nell'ambito delle nostre possibilit divinatorie. Se domani ci sar un po' pi di libert in Europa, un ambiente, quindi, politicamente pi adatto allo sviluppo del socialismo, alla formazione delle capacit di classe del proletariato, disertori ed apostati saranno stati tutti coloro che al momento in cui si trattava di agire, si sono neghittosamente tratti in disparte: se domani - invece - la reazione prussiana trionfer sull'Europa e - dopo alla distruzione del Belgio, - col progettato annientamento della Francia - abbasser il livello della civilt umana, disertori ed apostati saranno stati tutti coloro che nulla hanno tentato per impedire la catastrofe.
Da questo ferreo dilemma non si esce, ricorrendo alle sottili elucubrazioni degli avvocati d'ufficio della neutralit assoluta o ripetendo un grido di "abbasso" che prima della guerra poteva avere un contenuto e un significato, ma oggi non lo ha pi.
Oggi - io lo grido forte - la propaganda antiguerresca  la propaganda della vigliaccheria. Ha fortuna perch vellica ed esaspera l'istinto della conservazione individuale. Ma per ci stesso  una propaganda anti-rivoluzionaria. La facciano i preti temporalisti e i gesuiti che hanno un interesse materiale e spirituale alla conservazione dell'impero austriaco; la facciano i borghesi, contrabbandieri o meno, che - specie in Italia - dimostrano la loro pietosa insufficienza politica e morale; la facciano i monarchici che, specie se insigniti del laticlavio, non sanno rassegnarsi a stracciare il trattato della Triplice che garantiva - oltre alla pace (nel modo che abbiamo visto) - l'esistenza dei troni; codesta coalizione di pacifisti sa bene quello che vuole e noi ci spieghiamo ormai facilmente i motivi che inspirano il suo atteggiamento. Ma noi, socialisti, abbiamo rappresentato - salvo nelle epoche basse del riformismo mercatore e giolittiano - una delle forze "vive" della nuova Italia: vogliamo ora legare il nostro destino a queste forze "morte" in nome di una "pace" che non ci salva oggi dai disastri della guerra e non ci salver domani da pericoli infinitamente maggiori e in ogni caso non ci salver dalla vergogna e dallo scherno universale dei popoli che hanno vissuto questa grande tragedia della storia? Vogliamo trascinare la nostra miserabile esistenza alla giornata - beati nello statu quo monarchico e borghese - o vogliamo invece spezzare questa compagine sorda e torbida di intrighi e di vilt?
Non potrebbe essere questa la nostra ora? Invece di prepararci a "subire" gli avvenimenti preordinando un alibi scandaloso, non  meglio tentare di dominarli? Il compito di socialisti rivoluzionari non potrebbe essere quello di svegliare le coscienze addormentate delle moltitudini e di gettare palate di calce viva nella faccia ai morti - e son tanti in Italia! - che si ostinano nell'illusione di vivere? Gridare: noi vogliamo la guerra! non potrebbe essere - allo stato dei fatti - molto pi rivoluzionario che gridare "abbasso"? Questi interrogativi inquietanti, ai quali, per mio conto, ho risposto, spiegano l'origine e gli scopi del giornale. Questo ch'io compio  un atto d'audacia e non mi nascondo le difficolt dell'impresa. Sono molte e complesse, ma ho la ferma fiducia di superarle. Non sono solo. Non tutti i miei amici di ieri mi seguiranno; ma molti altri spiriti ribelli si raccoglieranno attorno a me. Far un giornale indipendente, liberissimo, personale, mio. Ne risponder solo alla mia coscienza e a nessun altro. Non ho intenzioni aggressive contro il Partito Socialista, o contro gli organi del Partito nel quale intendo di restare, ma sono disposto a battermi contro chiunque tentasse di impedirmi la libera critica di un atteggiamento che ritengo per varie ragioni esiziale agli interessi nazionali e internazionali del Proletariato.
Dei malvagi e degli idioti non mi curo. Restino nel loro fango i primi, crepino nella loro nullit intellettuale gli ultimi. Io cammino! E riprendendo la marcia - dopo la sosta che fu breve -  a voi, giovani d'Italia; giovani delle officine e degli atenei; giovani d'anni e giovani di spirito; giovani che appartenete alla generazione cui il destino ha commesso di "fare" la storia;  a voi che io lancio il mio grido augurale, sicuro che avr nelle vostre file una vasta risonanza di echi e di simpatie.
Il grido  una parola che io non avrei mai pronunciato in tempi normali, e che innalzo invece forte, a voce spiegata, senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola paurosa e fascinatrice: guerra!
BENITO MUSSOLINI

 PER L'ESPULSIONE DAL PARTITO
La mia sorte  decisa e sembra vogliate compiere l'atto con una certa solennit. (Voci: "Forte! Forte!". L'oratore a questa imperiosa insistenza non pu fare a meno di battere nervosamente un bicchiere sul tavolo).
Voi siete pi severi dei giudici borghesi, i quali lasciano il diritto alla difesa; alla difesa pi ampia, la pi esauriente, anche dopo la sentenza, perch accordano dieci giorni di tempo per produrre i motivi di ricorso. Se  deciso, se voi ritenete che io sia indegno di militare fra di voi.... ("S! S!" urlano in coro i pi scalmanati) espelletemi pure, ma io ho il diritto di pretendere un atto di accusa in piena regola. Ma in questa assemblea il pubblico ministero non ha ancora fatto n la questione politica, n la questione morale. Io dunque sar ghigliottinato con un ordine del giorno che non dice niente. Qui si doveva dire: Voi siete indegno per questi e questi motivi; ed allora io avrei accettato il mio destino. Questo per non si  detto, e molti di voi, se non tutti, uscirete di qui con la coscienza turbata. (Voci assordanti: "No! No!").
Per quello che riguarda la questione morale ripeto ancora una volta che son pronto a sottomettermi a qualsiasi commissione che indaghi, inquirisca e riferisca.
Per quanto riguarda la questione disciplinare dir che questa non  stata prospettata perch vi sono precedenti calzantissimi, precedenti, per, che io non invoco, perch mi sento sicuro, perch ho la coscienza tranquilla. Voi credete di perdermi, ma io vi dico che vi illudete. Voi oggi mi odiate perch mi amate ancora, perch.... (applausi e fischi interrompono ancora l'oratore).
Ma voi non mi perderete: dodici anni della mia vita di partito sono o dovrebbero essere una sufficiente garanzia della mia fede socialista. Il socialismo  qualche cosa che si radica nel sangue. Quello che mi divide ora da voi non  una piccola questione,  una grande questione che divide il socialismo tutto.
Amilcare Cipriani, sul cui nome abbiamo fatta una mirabile lotta al sesto collegio (voi la ricordate quella grande lotta?), Amilcare Cipriani non potr pi essere vostro candidato perch egli ha dichiarato, a voce e per iscritto, che se i suoi settantacinque anni glielo permettessero, egli sarebbe sulle trincee a combattere contro la reazione militarista europea, che soffoca la rivoluzione. Il tempo dir chi aveva ragione e chi aveva torto in questa formidabile questione che non si era mai presentata al socialismo, semplicemente perch non si era mai presentata nella storia umana una conflagrazione come quella attuale, in cui milioni e milioni di proletari sono gli uni contro gli altri. Non  cosa di tutti i giorni quella di una guerra come l'attuale, che ha qualche rassomiglianza con l'epopea napoleonica. Waterloo fu del 1814; forse nel 1914 qualche altro principio andr per terra, qualche altra corona andr in frantumi, forse si salver la libert, e si inizier una nuova era nella storia del mondo. (Mussolini parla con accento rotto dalla commozione e parte dell'Assemblea mostra di esserne vivamente compresa. Un caldo applauso, infatti, saluta questo superbo confronto storico).
Specialmente nella storia del proletariato - continua Mussolini - il quale in tutte le ore critiche mi ha visto qui, in questo stesso posto, come mi ha visto in piazza.
Ma vi dico fin da questo momento che non avr remissione, non avr piet alcuna, per tutti coloro che in questo tragico momento non dicono la loro parola, sia per paura dei fischi, o per paura delle grida di abbasso. (La stoccata, cos ben diretta contro gli illustri assenti - e quanti sono! -  compresa dall'Assemblea dalla quale parte un caldo applauso).
Non avr remissione, non avr piet - prosegue Mussolini - per tutti i reticenti, per tutti gli ipocriti, per tutti i vili! E voi mi vedrete ancora al vostro fianco. Non dovete credere che la borghesia sia entusiasta del nostro intervenzionismo; essa ringhia, ci accusa di temerariet e paventa che il proletariato, munito della baionetta, possa servirsene per gli scopi suoi. (Da una parte si applaude, e dall'altra si grida: "No! No!").
Non crediate che, strappandomi la tessera, mi interdirete la fede socialista, m'impedirete di lavorare ancora per la causa del socialismo e della rivoluzione. (Un caldo applauso saluta le ultime parole che Mussolini ha pronunziate con grande energia e con accento della pi profonda convinzione. Egli scende dalla tribuna e si apre il varco nell'immensa sala, mentre tutt'intorno gli si stringe la feroce ressa dei giustizieri, amareggiati dalle poche, incisive parole di colui che ha avuto la forza di assistere senza turbamento ad una simile esplosione di odio inverecondo, che ha avuto il coraggio di fare un nuovo atto di fede, pi solenne, pi bello, appunto perch pi contrastato).
 COMMENTO
Espulso? Se io volessi fare una questione di procedura, avrei diritto di mettere in dubbio la legittimit del voto, chiedere anzi se un voto vero e proprio ci sia stato, dato il modo col quale la discussione  proceduta dal principio alla fine, diretta in un modo sfacciatamente parziale, dall'assessore Schiavi.
Ma io accetto il fatto compiuto.
Mi ritengo espulso.
La storia del socialismo italiano non ha nelle sue pagine pi o meno gloriose, una esecuzione pi sommaria, pi inquisitoriale, pi bestiale di quella che mi ha colpito. De Marinis, Bissolati e gli altri subirono la pena capitale nel gran dibattito di congresso e fu concesso loro amplissimo il diritto di difesa e l'accusa fu portata alla tribuna, documentata, esauriente. Per me, no. Si  fatto il processo per direttissima. Un buttafuori qualunque ha presentato l'ordine del giorno pi radicale, senza nemmeno sostenerlo; mi si  concesso - dopo molti stenti - il diritto di esporre il mio pensiero; poi Lazzari invece di recare un atto d'accusa, ha ripetuto la solita insinuazione vigliacca.
Non si  affrontata la questione politica, non si  prospettata la questione morale. Nulla. Se la Giustizia socialista  questa, in verit, c' da preferire quella del magistrato Allara. Ma la geldra, che domina il Partito, voleva vincere ed ha vinto. Io sono espulso, ma non domo. Se essi mi ritengono "morto", avranno la terribile sorpresa di trovarmi vivo, implacabile, ostinato a combatterli con tutte le mie forze.
Gli  per questo che mi sono foggiato l'arma colla quale illuminare il proletariato e sottrarlo alla mala influenza di cotesti falsi pastori. Ed io spero che nel proletariato dall'anima semplice e diritta si far presto la luce. Non contro al proletariato, non contro alle aspirazioni sacre del proletariato io muovo a battaglia: i proletari sanno bene che quando si trattava di assumere responsabilit nei moti di piazza, nei processi d'Assise, nelle campagne del Partito, io mi sono prodigato per un bisogno incoercibile d'azione, senza curarmi del pericolo, senza misurare la mia fatica.
Ma voi, signori, che formate la lite dirigente del Partito, voi che parlate quando dovreste tacere, o tacete quando dovreste parlare; voi medagliettati, voi che sedete sugli scanni di Palazzo Marino, voi che avete preferito nascondere il vostro voto nell'amorfa e tumultuante levata di mano, voi che pur dovete qualche cosa al "Barbarossa" del giugno, voi passerete sotto le forche caudine.
Comprendo l'odio, l'esasperazione dei proletari, ma il vostro silenzio reticente  il documento di una vigliaccheria che disonora sino all'estremo il socialismo italiano.
Ma io sono proprio qui a guastarvi la festa.
Il caso Mussolini non  finito, come voi pensate.
Incomincia. Si complica. Assume proporzioni pi vaste.
Io innalzo apertamente la bandiera dello scisma. Non mi acqueto, ma grido; non mi piego, ma insorgo. Tutti i socialisti che rivendicano a se stessi il diritto di vivere e di pensare, tutti i proletari che non intendono piegarsi ai voleri di una congrega che pretende stoltamente di fermare il corso della storia, e di dettare una legge eterna e universale, tutti devono raccogliersi attorno a questo foglio - libera palestra di liberi spiriti - bandiera pura che l'insinuazione infame di gente "avariata" non riuscir mai a macchiare.
Un partito che "esecuziona" in questo modo  un partito nel quale gli uomini degni di questo nome non possono entrare o - tesserati - non possono, non debbono rimanere pi oltre. Io li invito ad uscire e a cercarsi pi libert, pi aria, pi luce, pi umanit, pi socialismo!
Ed ora - ricacciati nel fondo dell'animo mio ogni tristezza e ogni rimpianto - io affilo le armi, "tutte" le mie armi. Per il socialismo e contro i nemici palesi ed occulti del socialismo!
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 11, 25 novembre 1914, I.
 GUERRA DI POPOLI
V', nell'attuale conflagrazione guerresca, un dato di fatto sul quale  necessario richiamare l'attenzione del pubblico pi o meno neutrale, pi o meno socialista e sovversivo.
Un dato di fatto nuovo che fornisce a questa guerra una delle tante caratteristiche che la differenziano da tutte le altre; un dato di fatto innegabile poich balza ogni giorno alla realt della cronaca e della storia in tutti i paesi coinvolti nel formidabile conflitto. Il dato di fatto  che "popoli e stati" hanno realizzato ovunque la loro fusione nel blocco della "unanimit nazionale".
Le eccezioni scarsissime e tardive non fanno che vieppi risaltare la universalit del fenomeno. Nell'ultima grande guerra continentale - quella franco-prussiana del 1870-71 - tale "fusione" non fu completa n dall'una n dall'altra parte del Reno. I popoli non associarono il loro destino alle gesta degli Stati. All'inizio della guerra le sezioni dell'Internazionale di Parigi e di Berlino si scambiarono dei manifesti inneggianti alla fratellanza umana. Nel 1914 anche questo  mancato.
C' stata soltanto la riunione di Bruxelles nella quale l'ottimismo confidente di Giovanni Jaurs  stato giuocato dalla sorniona perfidia teutonica dei socialdemocratici di Haase e Legien. 
Nel 1870 il popolo francese separa col 4 settembre la sua causa da quella dell'Impero e col 18 marzo si divide anche dai pavidi repubblicani del 4 settembre; in Germania i socialisti resistono alla infatuazione bismarkiana, che, pur non avendo risparmiato i grandi teorici come Marx ed Engels, non si diffuse - come  avvenuto nel 1914 - in tutte le classi della popolazione. Liebknecht e Bebel parlano al Reichstag contro la mutilazione della Francia voluta dal militarismo prussiano trionfante.
Nella guerra continentale del 1870-71,  possibile, dunque, sceverare la volont dei monarchi e dei governi da quella dei popoli che danno il materiale umano agli eserciti, ma non si identificano con gli eserciti: la guerra non presenta quel carattere di forza "amalgamatrice" di elementi disparati e contrastanti che ci offre oggi. Non importa, ora, indagare se ci sia un bene o sia un male; noi ci limitiamo per ora a notare, a constatare, a rilevare il fenomeno e a ricavarne alcune deduzioni che toccano da vicino la "neutralit" pi o meno assoluta dei socialisti ed affini.  appunto in Germania che tale "fusione" dello Stato col popolo mobilitato in massa  avvenuta nella forma pi "plastica", pi solenne e pi sbalorditiva per coloro che non conoscevano il socialismo tedesco.
Augusto Bebel amava far precedere la sua qualit di socialista, dalla sua qualit di tedesco: prima tedesco, egli diceva, e poi socialista. Adesso in Germania il "poi" non esiste pi. Ora i socialisti dichiarano: anzitutto e solamente tedeschi.
Il Kaiser - infatti - nell'allocuzione pronunciata dal balcone del castello di Potsdam annullava i partiti e le classi in nome della salute e della grandezza della patria. Quasi contemporaneamente i Quaderni mensili socialisti del Bernstein - l'officina intellettuale del socialismo imperiale tedesco - si compiacevano della perfetta unanimit del proletariato nell'accettare entusiasticamente la guerra contro i nemici della Germania. Ludwig Franck - romantico - cadendo, da volontario, sotto le mura di Luneville cementava col sangue la fusione fra stato tedesco e proletariato tedesco; Sudekum, meno romantico, ma semiticamente pi pratico, piombava, ospite improvviso, in Italia, a rinfrancare la neutralit dei socialisti, patrocinando il "punto di vista" della social-democrazia, mentre Sassenbach, deputato operaio, lo appoggiava colle sue polemiche epistolari cogli organizzatori italiani.
Dopo quattro mesi di guerra - combattuta con varia fortuna - l'unanimit nazionale tedesca ci appare infrangibile come al primo giorno: i deputati socialisti votano all'unanimit meno uno (il Liebknecht, deplorato per dal partito), i nuovi crediti militari che raggiungono la bella cifra di cinque miliardi. Intanto provocata e imposta dall'atteggiamento dei socialisti tedeschi, la fusione fra governi e popoli si  verificata in forme pi o meno spettacolose e ufficiali, anche altrove.
Nel Belgio, in Francia, in Inghilterra, nella stessa Svizzera neutrale, in Russia. Prima del 1914 la guerra era o "accettata" o "subita" dai popoli; nel 1914, la guerra  non solo accettata, ma difesa ed esaltata dai popoli, i quali se l'appropriano e vi ritrovan se stessi.
Questo  il dato di fatto. Dinanzi al quale, una domanda sale alla gola. I popoli sarebbero, dunque, vittime di una enorme illusione o di una mostruosa follia? O non vi  - piuttosto - in questo "identificarsi" dei popoli negli Stati, attraverso il crogiolo infernale e purificatore della guerra, il germe di nuove impensate costruzioni politiche: la presa di possesso - sia pure parziale - del Potere? La plebe di Roma antica - l'analogia  lontana, forse inesatta, ma tentatrice - non giunse attraverso alla guerra a una prima ipoteca o limitazione del potere dei patriziato con la istituzione del loro "tribuno?".
A queste domande, non si pu ora adeguatamente rispondere. Si tratta di prospettive dalle linee incerte. Ma il dato di fatto rimane. Il dato di fatto  sintetizzato nelle parole: Germania, Francia, Inghilterra, Belgio.
La distinzione fra governi e governati non  pi possibile: non si scompone l'identit; non si fraziona l'unit: quando si dice Germania nella parola sono compresi tutti i tedeschi dal Kaiser all'ultimo spaccatore di legna della Foresta Nera, dalla imperatrice all'ultima tessitrice di Sassonia: altrettanto per la Francia e per le altre nazioni. La conseguenza di questo dato di fatto  chiara. Se la Germania e la Francia diffidano dell'Italia, sono tutti i tedeschi e tutti i francesi, compresi i socialisti, che diffidano di tutti gli italiani. L'odio o l'amore, la stima o il disprezzo delle sfere dirigenti sono sposati dalle masse e si riverberano sulle masse. Se l'Italia  vile per lo stato maggiore tedesco o francese, lo  per tutti i tedeschi e per tutti i francesi; se noi siamo considerati dalle diplomazie come un popolo di felloni, tale apprezzamento finisce per diventare "popolare" cio condiviso da tutti. La situazione dell'Italia "neutrale"  dunque terribile. Essa sta per concentrare su di s l'antipatia di tutti i popoli. E quando si dice Italia si dice popolo italiano. Il "sacro egoismo" dell'on. Salandra  la formula che ci esporr all'odio di tutti, all'amore di nessuno. Che lo Stato italiano non si preoccupi della situazione morale che verr fatta domani ai nostri connazionali dispersi in tutto il mondo, pu essere un'altra prova della sua incapacit organica - proveniente forse dalle sue origini - a porre e a risolvere i fondamentali problemi della nostra esistenza nazionale; ma che i socialisti seguano il Governo in questo "sacro egoismo"  incomprensibile e assurdo. Se i socialisti sono ancora - come pretendono - il partito delle masse, i socialisti sanno che queste masse emigravano, emigrano ed emigreranno e saranno perci domani a contatto coi popoli vinti e coi popoli vittoriosi. Saranno odiate o disistimate dagli uni e dagli altri. I proletari italiani delle colonie europee ed americane saranno i primi, se non gli unici, a soffrire tutte le pi aspre mortificazioni materiali e morali, conseguenza ineluttabile dell'ignavia neutralistica della loro patria. Bisogna scegliere. Bisogna scegliere, on. Salandra! Bisogna scegliere, on. Turati. Scegliere fra gli Stati, il che significa scegliere fra i popoli. L'amore degli uni, compenser l'odio degli altri. Avremo dei nemici, ma avremo anche degli amici.
Se il "sacro egoismo" dell'on. Salandra volesse essere sinonimo di una "splendide isolation" all'inglese, equivarrebbe a un suicidio nel ridicolo pi micidiale. L'Italia non pu non scendere, e l'ora  venuta. L'intervento si delinea cos come una suprema ragione di vita del popolo italiano che associando le sue forze a quelle della Triplice Intesa porta a compimento l'integrazione della patria e reca il suo contributo di sangue alla creazione dell'Europa di domani.
I socialisti, i sovversivi italiani devono, legalmente o illegalmente, a qualunque costo evitare che il popolo italiano passi domani fra le genti pi libere o pi schiave - come un parassita dei sacrifici altrui o - peggio! - come un complice del barbarico imperialismo austro-tedesco.
O socialisti, o lavoratori che cosa importa - dite - risparmiare alla nostra generazione le fatiche e i dolori di una guerra, quando ci significa trasmettere ed imporre alle generazioni che verranno dopo di noi il fardello pesante di una vergogna senza nome?
Da Il Popolo d'Italia, N. 29, 13 dicembre 1914, I.
 PER LA LIBERTA DEI POPOLI,
PER L'AVVENIRE DELL' ITALIA
Cittadini!
 nel vostro interesse ascoltarmi con tolleranza e con tranquillit. Sar breve, preciso e sincero sino alla violenza.
L'ultima grande guerra continentale  del 1870-1871.
La Prussia guidata da Bismarck e da Moltke vinceva la Francia e la mutilava di due provincie popolose e fiorenti.
Il trattato di Francoforte segnava il trionfo della politica di Bismarck, il quale vagheggiava l'egemonia incontrastata della Prussia nel centro d'Europa e la progressiva slavizzazione balcanica dell'Austria-Ungheria. Questi dati della politica bismarckiana vengono alla memoria quando si vogliano comprendere le crisi internazionali europee dal '70 ad oggi, sino alla odierna che ci sbalordisce e ci angoscia.
Dal '70 in poi non ci furono che guerre periferiche, fra i popoli dell'Oriente europeo - turco-russa; serbo-bulgara; greco-turca.... - o guerre coloniali. Si era perci diffusa la convinzione che una guerra europea e perci una guerra mondiale, non fosse pi possibile. Si avanzano, per sostenere tale asserto, le pi disparate ragioni.
Si opinava, ad esempio, che la perfezione degli strumenti di guerra dovesse uccidere la guerra. Ridicolo! La guerra  sempre stata micidiale. La perfezione delle armi  in relazione coi progressi tecnici, meccanici e militari raggiunti dalle collettivit umane. Sotto questo rapporto le macchine guerresche degli antichi romani equivalgono ai mortai da "42". Sono create allo scopo di uccidere e uccidono. La perfezione degli strumenti bellici non  niente affatto una remora agli istinti bellicosi. Potrebbe darsi il contrario!
Si era anche fatto assegnamento sulla "bont" umana, sui sentimenti di "umanit", di fratellanza, di amore che dovrebbero stringere tutti i membri della specie "uomo" al disopra dei monti, al di l degli oceani. Altra illusione! Verissimo che questi sentimenti di "simpatia" e di "simpatetismo" esistono. Il nostro secolo ha visto - invero - moltiplicarsi le opere filantropiche per alleviare le miserie degli uomini e anche quelle degli "animali", ma insieme con questi sentimenti, ne esistono altri pi profondi, pi alti, pi vitali: noi non ci spiegheremmo il fenomeno universale della guerra attribuendolo soltanto al capriccio dei monarchi, all'antagonismo delle stirpi o al conflitto delle economie; si deve tener conto di altri sentimenti che ognun di noi reca nell'animo suo e che inducevano Proudhon a proclamare - con verit perenne sotto la maschera del paradosso - essere la guerra "di origine divina". Si riteneva altres che l'intensificarsi delle relazioni internazionali, economiche, culturali, artistiche, politiche, sportive, ecc., provocando una maggiore e miglior conoscenza dei popoli fra di loro, avrebbe impedito lo scoppiare di una guerra fra le nazioni civili.
Norman Angell aveva imbastito il suo libro sull'impossibilit della guerra, dimostrando che tutte le nazioni - e vinte e vittoriose - avrebbero avuto l'economia sconvolta e sacrificata dalla guerra. Altra illusione miseramente sfrondata. Difetto di osservazione! L'uomo economico "puro" non esiste. La storia del mondo non  una partita di computisteria e l'interesse materiale non  - per fortuna! - l'unica molla delle azioni umane.
Vero che le relazioni internazionali si sono moltiplicate; vero che gli scambi economici, politici, ecc., ecc., tra popolo e popolo sono o erano infinitamente pi frequenti di quel che non fossero un secolo fa, ma accanto a questo fenomeno un altro si delinea: i popoli tendono - colla diffusione della cultura e col costituirsi delle economie a tipo nazionale - a rinchiudersi nella loro unit psicologica, morale....
Accanto al movimento pacifista borghese, che non vale la pena di prendere in esame, fioriva un altro movimento di carattere internazionale: quello operaio. Allo scoppiar della guerra anche questo ha dimostrato tutta la sua insufficienza.
I tedeschi che dovevano dare l'esempio, si sono schierati sotto le bandiere del Kaiser, come un sol uomo. Il tradimento dei tedeschi ha costretto i socialisti degli altri paesi a rientrare sul terreno della nazione e della difesa nazionale. L'unanimit nazionale tedesca ha determinato automaticamente l'unanimit nazionale negli altri paesi. Si  detto, e giustamente, che l'internazionale  come l'amore: bisogna farlo in due o altrimenti  onanismo infecondo. L'internazionale  finita: quella di ieri  morta ed  oggi impossibile prevedere quale e come sar l'internazionale di domani. La realt non si cancella, non si ignora e la realt  che milioni e milioni di uomini - nella stragrande maggioranza operai, - stanno oggi gli uni di fronte agli altri sui campi insanguinati di tutta Europa.
I neutrali che si sgolano a gridare "abbasso la guerra" non si accorgono di tutto il grottesco vile che si contiene, oggi, in tal grido.  una atroce ironia gridare "abbasso la guerra" mentre si combatte e si muore sulle trincee.
Fra i due gruppi di Potenze: la Triplice Intesa e il blocco austro-tedesco, l'Italia .... rimasta neutrale. Nella Triplice Intesa v' la Serbia eroica che ha spezzato il giogo austriaco, v' il Belgio martire, che non ha voluto vendersi, v' la Francia repubblicana, aggredita, v' l'Inghilterra democratica, v' la Russia autocratica, ma col sottosuolo minato dalla Rivoluzione. Dall'altra parte l'Austria clericale e feudale; la Germania militarista e aggressiva. Allo scoppiar della crisi, l'Italia si proclam "neutrale". Era contemplata l'"eccezione" nei trattati? Pare di s, specie dopo le rivelazioni recentissime del Giolitti. Se la neutralit del Governo significava indifferenza, la neutralit dei socialisti e delle organizzazioni economiche aveva tutt'altro carattere e significato. La neutralit socialista aveva due facce. Una benigna, volta ad occidente, verso la Francia, una arcigna, volta ad oriente, verso l'Austria. Sciopero generale insurrezionale nel caso di una guerra "coll'Austria"; niente sciopero generale, niente opposizione di fatto nel caso di una guerra "contro" l'Austria. Si distingueva dunque fra guerra e guerra. V' di pi. Fu consentito il richiamo delle classi. Se il Governo avesse mobilitato, i socialisti tutti avrebbero trovato la cosa naturale e logica. Ammettevano dunque, che una nazione ha il diritto e il dovere di difendersi, armata mano, da eventuali attacchi dall'esterno. La neutralit in tal modo concepita doveva necessariamente condurre - col maturare degli eventi, specie nel Belgio - ad abbracciare la tesi dell'intervento.
 controverso che l'Italia abbia una borghesia nel senso classico della parola. Pi che borghesi e proletar, ci sono dei ricchi e dei poveri. Ad ogni modo  falso che la borghesia italiana sia in questo momento guerrafondaia. Tutt'altro!
 neutralista e disperatamente pacifista. Il mondo della Banca  "neutrale"; la borghesia industriale ha riorganizzato i suoi "affari"; la borghesia agraria piccola e grande  pacifista per tradizione e temperamento; la borghesia politicante e accademica  neutrale. Vedete il Senato! Vi sono nella borghesia forze giovani che non vogliono stagnare nella morta gora della neutralit, ma la borghesia presa nel suo complesso  neutralista e ostile alla guerra.
Prova massima: confrontate il tono odierno della stampa borghese col tono dell'impresa libica e noterete la differenza. Allora si dava fiato nelle trombe belliche: oggi si suona in sordina. Il linguaggio dei giornali borghesi  oscillante, incerto, sibillino, neutrale in una parola e triplicista fra le righe.
Dove sono le fanfare che ci ossessionarono nel settembre del 1911? Il gioco  scoperto e dovrebbe far riflettere i socialisti che non sono imbecilliti: da una parte stanno tutti i conservatori, tutte le forze morte della nazione; dall'altra i rivoluzionari e con questi tutte le forze vive del Paese. Bisogna scegliere! Preti e forcaioli sono per la neutralit assoluta.
I preti non vogliono la guerra contro l'Austria, perch  la nazione cattolica per eccellenza, ove l'imperatore segue a capo scoperto il baldacchino nelle processioni del Corpus Domini ed ove in un congresso, presente l'arciduca ucciso a Serajevo, si facevano voti ufficiosi per il ristabilimento del potere temporale. Se noi restiamo neutrali il papa Benedetto XV, che accoppia alla trinit dei suoi difetti fisici qualit intellettuali e morali inquietanti, trover modo, direttamente o per interposta persona, di porre nel prossimo congresso per la pace, la questione romana. Torneremo indietro: a discutere un fatto compiuto, irrevocabile e lo dovremo in parte all'atteggiamento conservatore, assolutamente antirivoluzionario e antisocialista dei socialisti italiani.
Noi invece vogliamo la guerra e subito. Non  vero che manchi la preparazione militare. Cos' questo attendere la primavera? Si vuole forse un ministero Giolitti con Bissolati, Barzilai e magari una puntarella fra il socialismo ufficiale?
Il socialismo non deve e non pu essere contrario a tutte le guerre, perch allora si rifiuterebbe di conoscere 50 secoli di storia. Volete giudicare e condannare alla stessa stregua la guerra di Tripoli con quella sorta dalla rivoluzione francese nel 1793? E Garibaldi? Anche lui un guerrafondaio? Bisogna distinguere fra guerra e guerra, come si distingue fra delitto e delitto, fra sangue e sangue. Bovio diceva: "Non basterebbe tutta l'acqua del mare per lavare la macchia di sangue di lady Macbeth, mentre basta un catino per lavare il sangue dalle mani di Garibaldi".
Vediamo, vediamo: Pisacane (Victor Hugo lo disse pi grande di Garibaldi) quando and a sovvertire quel governo borbonico cos giustamente qualificato da Gladstone la negazione di Dio, fu dunque un guerrafondaio? Se vi fossero stati i socialisti avrebbero votato un ordine del giorno contro la guerra? E l'altra piccola guerra del '70 che ci spinse, sia pure a pedate, a Roma? Non si condannano tutte le guerre. Tal concetto herveista della prima maniera e quasi tolstoiano della passivit assoluta  antisocialista.
Guesde, in un congresso dei socialisti francesi tenutosi appunto poche settimane prima della guerra, affermava che in caso di guerra la nazione pi socialista sarebbe vittima della nazione meno socialista.... E del resto, osservate il contegno dei socialisti italiani. Vedeteli in Parlamento.  mancato il forte discorso. Treves si  attardato in sottili distinzioni avvocatesche. A un certo punto ha gridato: "Noi non rinneghiamo la patria!". Infatti, la patria non si pu rinnegare.
Non si rinnega la madre, anche quando non ci offre tutti i suoi doni, anche quando ci costringe a cercare la fortuna per le strade tentatrici del mondo! (Grande ovazione).
Treves diceva di pi: "Non ci opponiamo alla guerra di difesa". Se si ammette questo si ammette la necessit di armarci. Non aprirete gi le porte d'Italia all'esercito degli austriaci perch vengano a saccheggiarvi le case e a violarvi le donne. Ah lo so bene: ci sono degli ignobili vermi che rimproverano al Belgio di essersi difeso. Poteva, dicono, intascare l'oro dei tedeschi e lasciar libero il passaggio, mentre resistendo fu sottoposto alla sistematica e scientifica distruzione delle sue citt.
Ma il Belgio vive e vivr perch si  rifiutato all'ignobile mercato. Se lo avesse accettato, il Belgio sarebbe morto per tutti i secoli! (Grande ovazione; tutti gridano: "evviva il Belgio", sventolando i cappelli. La dimostrazione imponente dura parecchi minuti).
Quando vorrete difendervi? Quando avrete il ginocchio del nemico sul petto? O non  meglio anticipare la difesa? Non  meglio intervenire oggi perch ci pu costar poco mentre domani potrebbe essere un disastro? Si vuol forse mantenere uno splendido isolamento? Ma allora bisogna armare, armare, e creare un militarismo mastodontico.
I socialisti - e io sono ancor tale, bench sia un socialista esasperato - non posero mai sul tappeto la questione dell'irredentismo che lasciarono ai repubblicani: ma ora no: i rivoluzionar affermano che non vi sar internazionale se non quando i popoli saranno ai loro confini. Ecco perch siamo favorevoli ad una guerra d'indole nazionale. Ma vi sono anche altre ragioni pi socialiste che ci spingono all'intervento.
Tre ipotesi: l'Europa di domani non differir in nulla da quella di ieri.  l'ipotesi pi assurda e pi spaventevole. Se la accettate, la vostra neutralit ha un senso anche assoluto. Non val la pena di sacrificarsi per lasciar le cose allo stato di prima. Ma la mente e il cuore si rifiutano di credere che tutto questo sangue versato sulle terre di tre continenti, non dar frutto alcuno. Tutto fa credere invece che l'Europa di domani sar profondamente trasformata. Pi libert o pi reazione? Pi militarismo o meno militarismo?
Quale dei due gruppi di Potenze ci assicura, colla sua vittoria, condizioni migliori per la liberazione della classe operaia? Il blocco austro-tedesco o la Triplice Intesa? La risposta non  dubbia. E come volete cooperare al trionfo della Triplice Intesa? Forse con gli articoli di giornale e cogli ordini del giorno dei comizi? Bastano queste manifestazioni sentimentali a far risorgere il Belgio? A sollevare la Francia? Questa Francia che si  svenata per l'Europa nelle rivoluzioni e nelle guerre dall'89 al '71 e dal '71 al '14? Alla Francia dei Diritti dell'Uomo offrirete dunque e soltanto delle frasi?
Dite - ed  questa la ragione suprema dell'intervento - dite:  umano,  civile,  socialista stare tranquillamente alla finestra, mentre il sangue corre a torrenti e dire: "io non mi muovo e non m'importa di nulla?". La formula del "sacro egoismo" escogitata dall'on. Salandra pu essere accettata dalla classe operaia? No, mille volte no. La legge della solidariet non si ferma alle competizioni d'indole economica, ma va oltre; ieri era bello e necessario versare l'obolo per i compagni in lotta; oggi i popoli che lottano vi chiedono la solidariet del sangue. Essi la implorano. L'intervento abbrevier l'immane carneficina. Sar un vantaggio per tutti, anche per i tedeschi contro i quali lotteremo.
Rifiuterete questa prova di solidariet? Ma con che faccia e con che cuore, o proletari italiani, vi recherete domani all'estero? Non temete che i vostri compagni di Germania vi respingano perch traditori della Triplice; mentre quelli di Francia e del Belgio, indicandovi la terra ancora tormentata dalle trincee e dalle tombe, additandovi orgogliosi le macerie delle citt distrutte, vi diranno: dov'eri tu e che cosa facevi o proletario italiano, quando io mi battevo disperatamente contro al militarismo austro-tedesco per liberare l'Europa dall'incubo dell'egemonia del Kaiser? Quel giorno voi non saprete rispondere; quel giorno vi vergognerete di essere italiani; quel giorno voi imprecherete ai preti e ai socialisti, complici miserabili del militarismo tedesco! Ma sar troppo tardi!
Riprendiamo la tradizione italiana. Il popolo che vuole la guerra, la vuole senza indugio. Fra due mesi potrebbe essere un atto di brigantaggio: oggi  una guerra che si pu e si deve combattere con coraggio e con dignit.
Guerra e socialismo sono incompatibili, presi i termini nel loro significato universale; ma ogni epoca, ogni popolo ha le sue guerre. La vita  il relativo; l'assoluto non esiste che nell'astrazione fredda e infeconda. Chi tiene troppo alla sua pelle non andr a combattere nelle trincee, ma non lo vedrete di certo nemmeno il giorno della battaglia nelle strade. Chi si rifiuta oggi alla guerra  un complice del Kaiser,  un puntello del trono traballante di Francesco Giuseppe,  un socio dei forcaioli e dei preti. Volete che la Germania ubbriacata da Bismarck, la Germania meccanicizzata e americanizzata ritorni la Germania libera e spregiudicata della prima met del secolo scorso? Desiderate la repubblica tedesca dal Reno alla Vistola? Vi sorride il pensiero del Kaiser prigioniero relegato in qualche lontana isola dell'Oceano? La Germania rinnover la sua anima soltanto colla sconfitta. Colla sconfitta della Germania sboccier la nuova vermiglia primavera europea....
Bisogna agire, muoversi, combattere e, se occorre, morire. I neutrali non hanno mai dominato gli avvenimenti. Li hanno sempre subiti.  il sangue che d il movimento alla ruota sonante della storia! (Ovazione frenetica).
 ANIMA E VENTRE
Il socialismo italiano  ancora una volta al bivio: o rinnovarsi dal profondo affrontando tutti i dolori che una rinascita impone, o perire ingloriosamente. I capi, quelli che non sono semplicemente dei mestieranti medagliettati o stipendiati della politica, quelli - insomma - che hanno l'abito speculativo e sanno, quando occorra, ficcare lo viso a fondo, sentono che il socialismo italiano  condannato a morire come una inutilit storica, s'esso non risolve la contraddizione che lo paralizza: la contraddizione - cio - del non volere la guerra e del non volere nemmeno la Rivoluzione per impedirla. Le cause di questa stasi che pu essere preagonica non sono prossime, sono lontane. Se il Partito socialista, oggi, si attarda nella ridicola e in un tempo - date le circostanze - tragica posizione del marchese Colombi; se il Partito non sa decidersi in un senso o nell'altro e si abbrutisce in un grido e crede con un urlo di liberarsi da tutte le preoccupazioni del momento; se il Partito socialista si irrigidisce, si fossilizza, si mummifica, ci dipende massimamente dal fatto che la praxis socialista dell'ultimo decennio ha inaridito ogni idealit superiore nell'anima delle masse. Si  lavorato indefessamente - e a tale opera hanno contribuito tutti i dirigenti, dai grandi agli infimi - per limitare gli orizzonti spirituali del proletariato.
Non cos avevano inteso il socialismo i pionieri che nella prima met del secolo scorso lo diffusero tra le moltitudini come il verbo di una nuova fede destinata, come quella di Cristo, a rimuovere le montagne dell'iniquit sociale: il socialismo, allora, significava puro disinteresse, puro sacrificio. C'erano pochi posti, pochi stipendi e molta galera.
I borghesi che andavano al socialismo si spogliavano dei loro titoli, rinunciavano alle loro ricchezze; volevano vivere nelle fabbriche per sentire nelle carni il morso dello sfruttamento quotidiano: il socialismo era allora una milizia e non una politica: c'era da rischiar tutto, da guadagnare nulla. I vecchi ricordano con una melanconica nostalgia quei tempi, nostalgia resa pi acuta e dolorante dallo spettacolo offerto dai successori. I quali gelarono a poco a poco gli entusiasmi e le fedi. I socialisti italiani non intesero l'ideologia grandiosa dell'Internazionale, che suppone e presuppone le nazioni libere: ridussero l'Internazionale al collegio. C'era nella primitiva predicazione una speranza lontana, ma ardente, che sorrideva all'anima delle folle: era la speranza della Rivoluzione sociale liberatrice: la catastrofe. Ma vennero i positivisti, i pratici, gli uomini seri, a schernire tale visione, a sorridere ai sogni "quarantotteschi" del colpo di mano, per riporre ogni virt di salvazione nella scheda. Il socialismo che nei periodi migliori della sua storia ebbe palpiti di solidariet per tutte le cause di giustizia; il socialismo che ospitava nei suoi circoli la figura bionda del nazzareno, che venerava Garibaldi, che s'infiammava per Cipriani, si tramut col volgere degli anni in un movimento di rivendicazioni economiche immediate senza pi luce d'ideale.
Garibaldi  - oggi - un abbominevole guerrafondaio; Cipriani  un.... francese sospetto perch interventista: se Cipriani fosse a Portolongone il "grande" socialismo italiano non sarebbe capace di strapparlo dalle catene con otto elezioni protesta come avvenne nei collegi di Romagna. Oggi, Cipriani  stato "tollerato", candidato una volta, ma c' gi chi deve sostituirlo alla seconda. L'ultima pagina d'idealismo del socialismo italiano  del 1897. La Grecia si batteva contro la Turchia. Era una guerra di nazioni, non una guerra di classi. Che importa? La Grecia rappresentava il diritto di nazionalit che doveva affermarsi e trionfare.... Per questo i socialisti italiani ingrossarono le legioni garibaldine....
Poi venne la raffica del '98. E dopo la raffica, il sereno con.... Giovanni Giolitti.
Comincia il riformismo. La questione "sociale", viene circoscritta a una semplice "questione di.... ventre". Si costituisce quella solida impalcatura d'interessi "materiali" per cui oggi il Partito socialista  il partito pi squisitamente conservatore che esista in Italia.
Lo sciopero generale di solidariet e di protesta viene combattuto con tutte le armi: dall'ironia alla denuncia poliziesca. Lo sciopero generale  infatti un movimento in pura perdita; ed in regime di socialismo cooperativizzato ci  inconcepibile e assurdo.
Lavori pubblici, cooperative, banche, collegi, stipendi: attorno a questi punti fondamentali si svolge l'attivit del Partito socialista in Italia. Nel vasto mondo esiste soltanto.... il Brasile per mandarvi le commissioni prima, e a morire, poi, i proletari italiani in soprannumero. La politica estera  una fisima di pochi studiosi. Il riformismo ha in questo modo abbrutito le masse, le ha insensibilizzate. Il rivoluzionarismo di questi ultimi anni  stato un audace tentativo d'infondere una corrente di giovinezza ideale nelle vene di un organismo inesorabilmente malato. L'esperimento dell'idealismo rivoluzionario comincia col minacciato sciopero per Ettor e Giovannitti e si conclude collo sciopero della settimana rossa. Tutti movimenti tollerati e subiti dalla casta sacerdotale che dirige il Partito.
Oggi il Partito  ritornato quello di ieri: il tentativo  stato vano, lo riconosco. Dinnanzi alla guerra europea, il Partito ha rivelato la sua anima egoista, gretta, bottegaia, piccolo-borghese, filistea, e questa rivelazione assume qua e l forme ripugnanti.
Ho sul tavolo un giornale socialista in cui annunciandosi la costituzione di un Comitato Pro-Belgio si trova modo di dire che "l'idea  umoristica", che non vale la pena di andare in "fregola" per le sventure del Belgio; che val meglio dare incremento alle sottoscrizioni pei disoccupati e che "gli stracci del Belgio...." non meritano soverchio interessamento.... Il tutto, in una forma umoristica che suscita un senso di raccapriccio e di rivolta. Ma cos . Il Belgio? E chi se ne frega! ecco la risposta del perfetto socialista italiano. Verissimo che il Belgio quando Messina e Reggio furono distrutte dalla immensa catastrofe, mand in Italia oltre un milione di franchi, ma i socialisti italiani non hanno l'obbligo di ricordarsene e perci scherniscono i "quattro stracci" del Belgio. Codesta ignobile prosa che sembra dettata da un ulano ubriaco del Kaiser  la prova della inconcepibile degenerazione cui  giunto il socialismo italiano. Degenerazione adiposa, grassa, preludio alla putredine inevitabile.  il ventre che ha ucciso l'anima.  il calcolo che ha distrutto l'ideale.
La vita degli uomini resta cos compendiata nel breve ritmo dell'animalit: nutrirsi e digerire. Null'altro.
La parola "solidariet" che stava incisa a lettere d'oro in tutte le pagine del vangelo socialista, non ha pi senso.
Non si concepisce, non si pratica che una determinata forma di solidariet, oggi, nel Partito Socialista Italiano, quella "interna", che per pi propriamente si chiama "omert".
Al di fuori della cerchia dei tesserati, non esiste che il bestiame votante: l'umanit  un'astrazione. Solo i voti e lo stipendio di lire seimila, sono il fatto. Cos il Partito socialista si avvia al crepuscolo. Va incontro alla morte. Muore. Ma non gi schiantato dal turbine, in un tentativo disperato di tradurre il grande sogno nella grande realt della vita, ma assassinato dalla sua pigrizia, dal suo egoismo, dalla sua microcefalia, dalla sua pinguedine, dalla sua vilt.
I preti glabri e astuti quando sentiranno che l'ora estrema si avvicina, si salveranno per la porta di servizio....
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 36, 20 dicembre 1914, I.
 IL DOVERE DELL' ITALIA
Dichiaro fin dal principio che accetto il contradittorio con chiunque, quindi  nell'interesse di tutti di ascoltarmi.
Io comprendo perfettamente l'agitazione di questa assemblea; d'altra parte vi dichiaro che sono abituato alle assemblee tempestose per cui io ammetto la fischiata, ammetto l'"abbasso", ma dopo, se non si vuol diventare degli inquisitori rossi, dopo avete il dovere di lasciarmi parlare.
E dopo, se oltre al fischio, ci sono degli argomenti e delle idee, qui  la libera tribuna affidata al libero cittadino; qui, dall'urto delle idee liberamente espresse, pu vedersi quale sia la verit. Non  col fischio che si combattono le idee, com'era stolto per gli inquisitori del medioevo pretendere di combattere le idee con la ruota, con le carrucole e con le torture della inquisizione.
Io faccio appello non per me, che io rester qui fino a domani mattina, fino a quando non avr detto tutto il mio pensiero; ma faccio appello al vostro spirito di tolleranza, o avversar, perch voi dovete dopo venire a contradirmi ed a dimostrarmi che le idee che io sostengo sono errate.
D'altra parte vi dico che l'odio avversario non riuscir mai ad impedirmi la libera manifestazione del mio pensiero. Voi potete esserne sicuri. Poich se ad un dato momento della mia vita ho fatto liberamente e deliberatamente gettito di molte cose che possono lusingare l'amor proprio e le legittime ambizioni degli uomini pi o meno politicanti, se io ad un certo momento della mia vita ho voluto sfidare l'impopolarit delle masse per annunciare loro quella che io ritenevo la verit nuova, la verit santa, questo  titolo sufficiente per garantirmi la tolleranza di tutti i cittadini che non vogliono rubare il mestiere ai settari ed agli intolleranti di tutte le epoche.
D'altronde, sar preciso e violento.
Non risparmier nessuno.  finito il periodo dei mezzi termini, delle restrizioni mentali, di tutto ci che  servilit, di tutto ci che  equivoco.
Mi sento un po' imbarazzato a svolgere il tema che mi si  assegnato: Il dovere dell'Italia.
Il dovere dell'Italia? Ma, prima di tutto, di quale Italia? Di questa ancora triplicista, che ha nel Senato e nelle Universit, gli ultimi ruderi del triplicismo? A questa Italia io non so quale dovere  da assegnarsi.
Parlo da socialista a socialisti: da socialista, perch nessuno in questo dinamico e movimentato periodo storico pu asseverare di possedere la verit assoluta, pu dichiarare di essere l'assertore del vero unico.
Noi tutti siamo incerti, andiamo a tastoni: appunto perch tutto ci che era il solido, il fisso, quello che noi credevamo il dogma,  andato in frantumi.
In un certo senso si pu dire che non vi sono partiti.
Non pi, in quanto che, lo dicevo polemizzando otto o nove mesi fa mi pare coll'on. Graziadei, ogni partito ha il suo programma, la sua bandiera, la sua inquisizione, la quale inquisizione necessariamente fa funzionare i roghi. Non si canta pi oggi il Kyrie elison, ma il rogo morale c' ancora e manca solo il rogo materiale perch viviamo nel secolo XX e sono passati quattro secoli dal martirio di Giordano Bruno.
Ci sono delle mentalit diverse, e difatti ci sono riformisti per la guerra e riformisti contro la guerra, ci sono rivoluzionar per la guerra e rivoluzionar contro la guerra, sindacalisti pro e sindacalisti contro la guerra. Nessun partito ha potuto sottrarsi a questa divisione che ripete le sue origini dalla diversa mentalit con cui gli uomini affrontano i problemi di una determinata epoca storica.
E le mentalit sono queste, sono due: la mentalit dogmatica, fissa, eterna, immobile. Si  detta nel 1848 una verit e quella deve rimanere la verit per tutti i secoli. Questi uomini i quali si aggrappano a questo scoglio della verit e vi rimangono attaccati fino al giorno del naufragio, sanno qualche volta salvarsi per le vie equivoche della ritirata; e sarebbero certamente uomini ammirabili se sentissero questa verit, se non preparassero gi fin d'adesso l'alibi prudente ed i tradimenti fin troppo astuti.
E ci sono invece gli altri uomini i quali non possono nascondersi la realt perch la realt esiste. Si pu fingere di ignorarla, si pu imitare lo struzzo che nasconde il capo sotto la sabbia per evitare il pericolo; questo pacifico abitatore del deserto non vede pi il pericolo, ma il pericolo incalza.
Ora noi, dopo aver superata la crisi che proveniva dal fatto che volevamo rimanere fedeli a quelle che ci sembravano le verit assolute, ad un dato momento abbiamo visto che la realt travolgeva queste verit. Allora abbiamo voluto vedere, confrontare, sceverare, distinguere, vedere cio se il vangelo era buono per tutte le et, per tutti i secoli, per tutti gli uomini, o se invece non sia pi profondamente vero e umano che ogni generazione deve creare dal suo seno le verit, quando queste verit sono invocate per le generazioni che vogliono venire avanti. E allora ci siamo trovati, in un momento in cui nessuno ci pensava, alla guerra europea.
Giovanni Jaurs il 30 luglio tornando da Bruxelles ottimista, pensava che la guerra non ci sarebbe stata. Si erano scritti dei volumi per dimostrare l'impossibilit della guerra europea; si era detto che gli uomini erano diventati buoni, e si trascurava il fattore psicologico.
Ieri stesso Achille Loria, un uomo dinanzi al quale mi inchino, ha voluto dare spiegazioni puramente economiche di questo fenomeno.
Non basta: c' l'insopprimibile dissidio delle stirpi, ma anche qualche cosa di pi che non possiamo nascondere a noi stessi; ed  che l'uomo  un animale bellicoso, forse l'animale pi bellicoso di tutta la zoologia.
Bisogna dunque tener conto di tutti questi diversi fattori ed elementi per spiegarci il fenomeno complesso della guerra, alla quale noi opponevamo la "Internazionale".
Non ho mai avuto fiducia nel partito socialista tedesco. Quattro mesi prima della conflagrazione europea, in una polemica svoltasi sul Giornale d'Italia, all'avversario che mi magnificava la poderosa Sozialdemocratie tedesca, io ricordavo una sentenza di Roberto Michels che diceva: "Il partito socialista tedesco  simile al gigante capace di portare un quintale, e impotente a fecondare una vergine".
La sua forza dunque era fisica sopratutto, ma non era energia fisiologica; per cui questo partito che aveva 92 quotidiani, 111 deputati, 5 milioni di elettori, 3 milioni di organizzati, ad un dato momento  scomparso dalla scena politica dell'impero come pu crollare uno scenario invecchiato e Guglielmo II, dall'alto del suo balcone di Potsdam, ha potuto dire: "Cittadini (o meglio sudditi), non ci sono pi partiti; ci sono semplicemente dei tedeschi!".
Cosa faceva la Sozialdemocratie? Cresceva, ed io vedevo gi in questa sua crescenza la ragione della sua immobilit.
Questo partito cresceva. Ebbene, io dicevo, verr il giorno in cui questo partito trover nella sua stessa mole pachidermica la ragione della sua immobilit. Ed  quello che  avvenuto.
I socialisti tedeschi che dovevano tener alta la bandiera della "Internazionale socialista" sono stati i primi a buttarla nel fango.
E quando a Bruxelles, Jouhaux, il segretario della Confederazione Generale di Francia, chiese a Legien, deputato socialista al Reichstag, che cosa avrebbero fatto i socialisti tedeschi nel caso di uno sciopero generale francese, il Legien rispose, o meglio non rispose; fece capire che i tedeschi non potevano prendere impegni di questo genere.
Ed il contegno dei socialisti tedeschi ha determinato automaticamente il contegno dei socialisti degli altri paesi.
Herv era quasi un profeta quando in uno dei tanti congressi internazionali in cui veniva alla superficie l'eterno dissidio fra latini e tedeschi, che fu causa della prima rovina della Internazionale, chiedeva a Bebel: "Cosa farete voi se noi risponderemo alla mobilitazione con l'insurrezione?". E Bebel rispondeva: "Prima di essere socialista, sono un tedesco".
E Herv replicava: "Ebbene, quel giorno in cui passerete il Reno, sappiate che troverete i fucili dei liberi cittadini francesi pronti a respingervi".
Per cui  inutile voler ossigenare un cadavere.
Certi neutralisti muovono questa obbiezione: "Ah! voi rimproverate ai socialisti tedeschi il loro tradimento della Internazionale? E voi, socialisti italiani, vi preparate a fare qualche cosa che rassomiglia molto all'atto dei socialisti tedeschi". Ma c' una ragione assoluta che smantella questa obbiezione.
Amici, l'amore si fa in due; la Internazionale si fa in molti. Quando uno per il primo, abbia ragione o torto, straccia il contratto, l'altro contraente non ha pi il dovere di tener fede a questo patto, anzi non pu pi tenerla. Un'Internazionale unilaterale  un assurdo in termini.
Se i socialisti tedeschi avessero tenuto fede al loro patto, potevano pretendere qualche cosa di pi da noi.
Sorger una nuova Internazionale; ma quella che aveva un ufficio a Bruxelles, il quale ufficio pubblicava un soporifero bollettino due o tre volte all'anno in tre lingue, esclusa l'italiana, quella Internazionale  finita. Starei per dire che il suo segretario Camillo Huysmann, quando mi ha mandato l'adesione di simpatia e di solidariet, mi mandava con quel voto l'atto di decesso di quella Internazionale di cui egli era segretario.
E allora noi socialisti italiani ci troviamo proiettati nell'ambito dei problemi nazionali.
Ieri il Vorwaerts!, pubblicando un articolo sul Natale, prospettava, sia pure vagamente, la possibilit della creazione di un socialismo nazionale, o quasi.
Non dovete dimenticare che nel partito socialista tedesco gli imperialisti ed i pangermanisti sono numerosissimi; non dovete dimenticare che infinito  il numero degli espansionisti che dicono "pi terra", ed anche gli operai non sono estranei all'influsso di questa dottrina.
E, del resto, la nazione non  scomparsa. Noi credevamo che fosse annientata; invece la vediamo sorgere vivente, palpitante dinanzi a noi! E si capisce: La realt nuova non sopprime la verit; la classe non pu uccidere la nazione. La classe  una collettivit di interessi, ma la nazione  una storia di sentimenti, di tradizioni, di lingua, di cultura, di stirpi. Voi potete innestare la classe sulla nazione, ma l'una non elide l'altra.
Ed allora, se questo  vero, molte altre verit saranno prospettate poi, quando questi avvenimenti avranno fatto il loro corso.
Noi dobbiamo esaminare la questione da un punto di vista socialistico e nazionale.
Gi l'onorevole Claudio Treves, nella Critica Sociale di agosto, diceva: che poich il patto internazionale non esiste pi, ognuno deve pensare ai propri casi, ognuno deve vedere che valore, che senso, che portata pu dare alla neutralit.
Ebbene noi ci troviamo al bivio.
Questa neutralit deve durare sempre o deve finire? E se deve finire lo deve perch noi saremo forzati da motivi estranei a volerlo? Socialismo e guerra.
Si dice: "Ma la rottura della neutralit ci mette allo sbaraglio delle guerre!".
La guerra  certamente un fenomeno orribile. Si pensa con un vivo strazio dell'animo a questi milioni di uomini che stanno nelle trincee, nel freddo, nel gelo, nella neve, mentre noi proletar italiani chiaccheriamo.
C' forse un'antitesi fra socialismo e guerra?
Certamente se il socialismo vuole la fratellanza dei popoli, non pu voler la guerra che di quella fratellanza  la violazione brutale, aperta, decisiva, assoluta.
Ma ci sono guerre e guerre.
Giorgio Sorel diceva che il socialismo  una cosa terribile, grave, sublime e non un esercizio di politicanti che fanno lo sconcio comodo dei loro mercati quotidiani. Se il socialismo  forza,  sacrificio,  tragedia, noi non possiamo seguire coloro che credono di spaventarci innanzi alla guerra coll'idea delle stragi, del sangue, del sacrificio.
Mi inchino al dolore delle madri, mi inchino a chi soffre; ma ci sono dei doveri supremi e quando uno  un socialista rivoluzionario, sa che anche la rivoluzione sociale sar sacrificio, sangue, pianto di madri.
Anche Mazzini, quando sospingeva le generazioni italiane alla guerra, ben sapeva che essa era sacrificio, sangue, rovina, distruzione. Ma sapeva pure che ogni generazione ha i suoi ineluttabili doveri da compiere.
Ora le generazioni che ci hanno preceduto hanno fatto il loro dovere; un altro per ne hanno legato a noi e noi dobbiamo compierlo perch le generazioni che verranno, i figli, i nipoti, ci chiederanno: "E voi? Nel 1914-15 quando l'Europa, anzi quando il mondo era in fiamme, che cosa avete fatto?".
 comodo chiudersi nell'egoismo neutrale, nel sacro egoismo di Salandra, che  l'egoismo delle classi abbienti, del Senato triplicista, del papato temporalista, della borghesia contrabbandiera.
No, non pu essere questo il nostro egoismo. Non abbiamo egoismo nazionale noi; ma dei doveri imprescrittibili da compiere.
Dite un po', o amici:  un quesito che vi pongo. Nel 1791 quando gli operai parigini al rullo dei tamburi, al suono della Marsigliese, si recavano nei quadrivi delle strade, scalzi, laceri, sol di rabbia armati, e dicevano "noi vogliamo combattere" e piantavano le bandiere della rivoluzione sui colli di Walmy, e Goethe diceva: "Oggi da questo luogo comincia una novella istoria"; questi proletar volevano la guerra, andavano ad uccidere degli altri proletar. Ma noi, noi che godiamo dei benefici di quel sangue, troviamo che essi erano i martiri, i precursori della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, documento memorabile dei pensiero e della civilt umana.
Nel 1870 a Roma se ci fosse stato un Circolo socialista pi o meno neutrale, avrebbe esso gridato abbasso la guerra quando attraverso la breccia si abbatteva il potere temporale dei papi?
Osereste rinnegare Pisacane?
Ma, amici, c' il suo testamento. Ebbene, Pisacane con trecento idealisti - c'erano ancora degli idealisti - sbarc a Sapri.
C'erano forse le classi, c'era forse lo sciopero, una questione di contratto, di salari, di tariffe? No. C'era il governo dei Borboni, e Pisacane irredentista, precursore di Garibaldi, quindi pi grande di Garibaldi, ha detto Victor Hugo, andava a compiere un'opera di redenzione nazionale.
E chi erano i neutralisti d'allora? Poveri contadini del napoletano sobillati dai preti i quali amavano molto il governo del Borbone come i preti d'ora amano molto il governo di Francesco Giuseppe.
Nel 1897, io ero giovinetto, mi ricordo che molti socialisti italiani s'armarono e corsero a combattere in Grecia. Ma forse che in Grecia c'era un conflitto fra capitale e lavoro? No, c'era un conflitto fra due nazioni. Essi andavano ad aiutare i borghesi greci! Ma che cosa importa questo? Essi vedevano in conflitto due nazioni: la Turchia che sopprimeva le nazionalit, la Grecia che voleva ricongiungere a s Candia; e non distinguevano, e si battevano e morivano.
Che pi? Quando le ceneri di Antonio Fratti ritornarono in Italia, ricordo che una colonna imponente di socialisti romagnoli, quattro o sei mila, muniti del garofano rosso, si recarono a riverire questo martire del diritto delle nazionalit.
 dunque solo adesso che siamo diventati degli egoisti, dei vigliacchi, dei poltroni? Solo adesso?
Guardiamo alle rovine del Belgio e diciamo: poveri belgi,  veramente doloroso il loro calvario.
Eppure ho sentito un socialista domandarsi perch, in fin dei conti, questi belgi hanno resistito; perch non hanno contrattato col Kaiser magari il prezzo del libero transito, offerto il loro pane, i loro alloggi.... fors'anche le loro donne agli ulani. Sarebbero stati risparmiati.
Ebbene i belgi, al contrario, hanno avuto questa suprema ingenuit: si sono difesi e si sono difesi egregiamente salvando la Francia.
La Francia che non aveva alla frontiera che trentamila uomini da opporre ai tre milioni di baionette prussiane, la Francia che ha dovuto costituirsi un esercito oltre la Marna, la Francia odiata da tutti gli imperatori perch  una nazione repubblicana, perch ha tagliato la testa a un re.
E se voi avete letto Arrigo Heine, ricorderete l'episodio in cui il poeta  entrato nella grotta dove riposa Barbarossa che ha la barba gi fluente e gli cresce smisuratamente, Barbarossa che aspetta per scendere, o meglio per salire in armi. E il poeta scomunicato dalla Germania ufficiale, il poeta Heine che era troppo parigino per essere tedesco, si diverte a scherzare col Kaiser che distrusse molte castella dell'Alta Italia, e ad un certo punto gli dice: "Ma, caro imperatore, se non avete dei cavalli, provvedetevi degli asini". E siccome l'imperatore non aveva letto le cronache, domanda al poeta: "Che cosa  successo in questi secoli?".
E il poeta gli risponde: "Sono successe cose sorprendenti: guerre, terremoti, pestilenze, carestie; e poi in Francia, sappiate, o imperatore, in Francia ad un certo momento hanno ghigliottinato Luigi XVI!".
E il vecchio Kaiser: "Ghigliottinato? Che parola ? Ai miei tempi non era nel vocabolario".
E il poeta gli risponde: " una parola nuova. Si tratta di uno strumento inventato da un medico, il quale strumento taglia la testa dei re ed anche degli imperatori".
E allora il Kaiser trema pensando a quest'epoca in cui non si ha pi rispetto per le teste coronate.
La Francia ne ha tagliato una, ma l'Inghilterra due secoli prima aveva tagliato la testa ad un altro re.
Le monarchie sentono che quando si avanza il popolo, i re, i papi, gli imperatori devono retrocedere.  evidente che questa gente prega perch l'Italia si mantenga neutrale; ed i socialisti tedeschi, teneri della sorte dei loro Kaiser e della sorte del loro impero, mandano il messaggero Sudekum in Italia ed in Rumenia a fermare i proletari che volessero aiutare la triplice intesa.
La guerra che noi vogliamo, e noi vogliamo la guerra, non ci carica la coscienza di nessun delitto.
Noi guerrafondai? Nel 1911, a Forl, abbiamo trattenuto i richiamati che stavano per partire per la Libia. Se da per tutto si fosse fatto cos forse in Libia non si sarebbe andati.
Guerrafondaio? No. Uomo che lotta in un determinato periodo, in un determinato spazio; lotta colle armi che sono a sua disposizione.
Se voi volete abbattere i mortai da 420 e se volete demolire la prepotenza del militarismo prussiano, vorrete dunque portare il ramoscello d'olivo, vorrete portare gli ordini del giorno, i bei discorsi con relative invocazioni pacifiste?
Bethmann-Hollweg ha avuto il coraggio di dire al Reichstag: "Abbiamo violata la neutralit belga? Ebbene, necessit non conosce legge. Abbiamo distrutte le citt, abbiamo seminato il terrore? Non importa: daremo un'indennit, oppure ci annetteremo il Belgio per farlo partecipe dei benefici della civilt tedesca".
E i socialisti neutrali d'Italia, dopo cinque mesi di neutralit, trovano tutto ci legittimo, giusto, umano!
La mentalit socialista, nei suoi primordi, aveva un chiaro significato. Abbiamo detto cio: c' il pericolo di due guerre, una a fianco dell'Austria e un'altra a fianco della Francia. Per la prima noi dichiarammo che ci saremmo opposti collo sciopero generale e colla insurrezione, ma per la seconda avremmo lasciato fare. Si sono chiamate tre classi e i socialisti non hanno protestato. Se il Governo avesse voluto mobilitare avrebbe mobilitato senza proteste da parte dei socialisti perch questi capivano, e ci voleva poco, che quando tutta l'Europa era in fiamme, e tutti armavano, dalla Svizzera degli albergatori (da tenere d'occhio, specie la Svizzera tedesca) all'Olanda dei formaggi, alla Danimarca, era ridicolo, era idiota, era sopratutto criminoso aprire le frontiere e dire: Austriaci venite, le porte sono aperte.
 fin da allora che il socialismo italiano ha distinto tre guerre e per ognuna di queste guerre ha specificato un determinato atteggiamento pratico. E non pi tardi di ieri, l'on. Rigola, il quale  un personaggio importante perch  un uomo molto acuto e perch  segretario della Confederazione generale del lavoro la quale dovrebbe fare quel famoso sciopero generale, ha distinto tre guerre e tre ipotesi. Ha detto: "Per la guerra a fianco dell'Austria, faremmo la rivoluzione; una guerra con finalit puramente nazionaliste, la subiremmo; in una guerra di difesa, in caso d'invasione, per indipendenza nazionale, saremmo in prima linea".
Ora  perfettamente assurdo subire una guerra, disinteressarsi di una guerra. Io mi disinteresso di una cosa che non mi riguarda, che avviene nell'altro emisfero, nel mondo della luna; ma una guerra fatta con me, per me, colla mia pelle, non posso subirla non curandomene, bisogna che io dica se la voglio o non la voglio.
E poi voi accettate la guerra di difesa. Ma allora vi faccio una questione pratica che taglia la testa al toro. Si tratta di vedere se deve essere fatta prima o dopo; adesso con minore dispendio di vite umane e di denaro, domani in condizioni difficilissime e con la prospettiva del disastro nazionale.
Perch la triplice intesa non verr ad aiutarci, specie dopo gli scandalosi esempii che abbiamo dato.
I russi ci danno i prigionieri, ed il Presidente del Consiglio va in biblioteca a sfogliare i volumi del diritto internazionale per sapere se li pu accettare. Non solo: l'Inghilterra ci d il carbone; e noi ne approfittiamo per fare il contrabbando in Germania! Ma tutta questa gente, naturalmente, domani quando ci trover nell'imbarazzo, dir: "Signori italiani, fate come potete".
Voi mi direte che la Germania e l'Austria non ci aggrediranno subito.
Ma ci disonoreranno diplomaticamente e non tarderanno a punirci.
Poich, non vi dovete fare illusione dello stato d'animo che regna in Germania. In Germania passiamo per dei traditori, dei vigliacchi. C' una cartolina diffusissima in tutta la Germania nella quale  rappresentato un coniglio colla bandierina tricolore ed il cappello da bersagliere. C' una lettera di Sassenbach, organizzatore tedesco, cui Rigola ha brillantemente risposto, nella quale dice: "Italiani, operai italiani! Voi ci avete lasciati in asso nel momento buono. Vi perdoniamo; ma guai a voi se osaste, dopo essere rimasti neutrali, di attaccarci, perch sareste odiati da tutte le generazioni tedesche per tutti i secoli, e contro di voi proclameremmo la guerra allo sterminio".
Cose da meditare. Ed ora, se volete fare una politica di isolamento, dovrete armare, armare, armare, poich dovrete contare sulle sole vostre forze. Il socialismo non potr opporsi quando il governo chieder dei miliardi, perch il governo dir "Ma socialisti, non avete voluto la guerra; adesso voi dovete almeno tollerare che io mi difenda, che prepari la mia difesa; specie quando abbiamo il Trentino che  un cuneo conficcato fra la Lombardia e il Veneto, il Trentino che  a quattro ore da Verona, Verona che forse  destinata a subire la sorte di Lovanio se i tedeschi si potessero precipitare alla chiusa dell'Adige".
Sono cose che impongono un po' di meditazione. Non si pu rispondere a queste argomentazioni col grido di "abbasso la guerra".
Abbasso la guerra! S, ci sto anch'io, come a gridare abbasso il colera, l'omicidio, tutte le cose orribili, ripugnanti.
Ma adesso la guerra c' e noi non possiamo ignorare questo incendio che  alle porte d'Italia. Non possiamo non vedere se la guerra debba essere fatta dalla monarchia nel solo interesse della monarchia o se invece il popolo non debba asservire questa ai suoi interessi per fiaccare il militarismo prussiano ed anche per fiaccare quella monarchia degli Absburgo, di Francesco Giuseppe l'impiccatore, che in 66 anni di regno ha non poche decine di impiccati al suo passivo.
Noi dobbiamo veder quale deve essere la nostra condotta, e la nostra condotta pratica  nettamente determinata.
Dire che i borghesi vogliono la guerra  dire una stupidaggine. Pi la borghesia  evoluta e pi  pacifista. La Vossische Zeitung e la Frankfurter Zeitung, due organi capitalisti tedeschi, prima della guerra erano pi pacifondai del Vorwaerts.
Dove sono questi ceti che vorrebbero la guerra? Io non li trovo.
La borghesia italiana, l'ho detto,  luridamente pacifista.
Il Senato?  l'asilo dove si raccolgono tutte le vecchie cariatidi. Giuseppe Ferrari ha avuto il torto di finire senatore e cos pure Giosue Carducci. Ma se Enotrio fosse stato presente al discorso austriacante di Barzellotti gli avrebbe scaraventato un calamaio sulla testa.
I senatori che rappresentano l'lite reazionaria sono tutti triplicisti per la pelle, austriacanti.
E i deputati che sono andati in delirio, per l'evviva di De Felice a Trento e Trieste, li credete intervenzionisti?
Non bisogna dimenticare che 253 di essi sono deputati gentilonizzati, cio a dire preti, cio austriacanti.
La borghesia, infine, fa ottimi affari colla neutralit: lo sapete voi di Genova. N pu essere guerrafondaio il contadino che ha un orizzonte mentale limitatissimo.
 il proletariato delle grandi citt, il proletariato di Genova, di Milano, di Roma, di Napoli che pu essere per la guerra come lo  stato quello del 1791, come lo  stato quello della gloriosa Comune che chiedeva armi e armi per abbattere il Prussiano.
Come lo fu Blanqui nel suo giornale, che era tutto uno squillo, una diana guerresca ai socialisti di Parigi, autore di quella famosa intimazione al governo nella quale diceva: "Voi, governo, siete andato al potere dicendo che non un pollice di territorio sarebbe caduto in mano ai tedeschi. Ora  tempo di mantenere questa promessa; altrimenti noi vi frantumeremo il potere nelle mani".
Non conoscete la storia della Comune? Non sapete che quello fu un moto patriottico? Farete bene a leggerla, la storia.
Il popolo di Parigi si raccoglieva in assemblee. E di che cosa discuteva? Forse della concentrazione del capitale? Ma che! Discuteva sui mille modi per abbattere i prussiani. I comunardi parigini volevano la guerra perch volevano salvare Parigi.
E se Jaurs, l'apostolo, il martire della pace, caduto veramente nell'ora critica, che  stato il Cristo spentosi sul calvario con tutti i suoi sogni, tutte le sue illusioni, tutte le sue bont, se Jaurs fosse vivo, sarebbe oggi al posto di Guesde e di Sembat, sarebbe al ministero della difesa nazionale, perch ogni nazione ha il diritto di vivere nei suoi confini, perch - voi non potete pretendere di fare la "Internazionale" finch ci saranno dei popoli oppressi e dei popoli oppressori, non potete ritornare all'esercizio della lotta di classe finch non sar finita la guerra fra le nazioni.
Si dice: "Perch non vi agitate per Nizza, per [la] Corsica, per la Savoia?".
Ma questa  un'obbiezione buffa. Ve lo dimostro subito. Voi mi dovete fare una statistica di tutti i disertori nizzardi, corsi e savoiardi che sono venuti in Italia. Non ne  venuto nessuno. E questo vi dimostra che queste popolazioni stanno volentieri sotto la Francia, come i ticinesi sotto la Svizzera.
Quante migliaia, invece, di irredenti trentini e triestini sono venuti in Italia!
Chi non ricorda l'entusiasmo per l'insurrezione cubana? E per il Transvaal chi non si  entusiasmato? Chi di noi si  entusiasmato per l'insurrezione candiota? Chi di noi per i piccoli giapponesi che abbattendo il colosso russo, provocarono la rivoluzione in Russia? E per la Macedonia! E per l'Armenia!
Noi socialisti italiani abbiamo questo singolare privilegio: ci entusiasmiamo per chi  lontano e quando alle porte d'Italia c' un Trentino che spasima, che sanguina, ci chiudiamo nel sacro egoismo!
Per noi socialisti non sarebbe ragione sufficiente spingere alla guerra i popoli se la posta del giuoco non fosse che quella delle terre irredente. Noi potremmo dire ai borghesi italiani: Quello  vostro compito; assolvetelo, o altrimenti noi vi destituiremo, vi condanneremo. Non  per voi che le monarchie hanno giuocato la loro esistenza sul tradimento delle nazioni? Napoleone III  caduto perch sconfitto a Sedan.
Ma ci sono altre ragioni pi profonde, pi socialistiche. Noi ci troviamo dinnanzi a due gruppi di potenze; noi dobbiamo scegliere.
Dobbiamo fare tre ipotesi. Da questo cozzo tremendo voi credete che uscir un'Europa uguale a quella di ieri? Allora ammetto che siate neutralisti. Ma questa ipotesi  assurda perch sarebbe spaventevole che venti milioni di uomini si fossero scannati per mesi e mesi senza un risultato.
E allora o l'Europa di domani  migliore o  peggiore, o c' pi militarismo o meno, o c' pi libert o pi autorit.
Dei due aggruppamenti di Potenze senza dubbio  la triplice intesa quella che d maggiori garanzie per un assetto migliore dell'Europa.
Mi fa ridere la Stampa di Torino quando dice che la Francia di domani sar clericale, reazionaria.
Ma la Francia ha due ministri socialisti, la Francia ha due milioni e mezzo di voti socialisti; la Francia ha la Confederazione generale del lavoro; la Francia  una repubblica che si avvia al cinquantennio di vita, e ci  gi un prodigio. E la Francia di domani sar pi democratica, e per una ragione semplicissima.
Che cosa hanno detto i reazionari, monarchisti, realisti di tutte le specie? Hanno detto: "Vedete la disorganizzazione del regime francese? La democrazia non sa combattere; la democrazia condurr alla disfatta".
Ebbene, la democrazia sa combattere.  veramente meraviglioso quel soldatino francese! Pensate ad un popolo che si  svegliato per essere un popolo, che ha dato tutto il suo sangue per tutti gli imperi, ovunque, un popolo raffinato, che sta sulle trincee da cinque mesi ed ha spezzato l'urto della barbarie prussiana.
Ebbene, questa Francia democratica, questa Francia repubblicana vi dimostra che quando la causa  giusta, sa combattere anche la repubblica. Del resto c' una prova anche pi evidente. Ma forse che nel '70 la Francia era repubblica? No; era impero, e cadde.
C'era la profezia di Victor Hugo, impressionante. Nel 1871 all'assemblea di Parigi, Victor Hugo diceva: "La Prussia forse ci ha reso un servigio, ci ha mutati, ma ci ha liberati da Napoleone". (A questo punto un giovincello dice: "Parlaci della Russia"). E Mussolini pronto:
Non ho difficolt ad ammettere che il regime czarista  obbrobrioso. Ma sapete voi chi  stata l'anima dannata della reazione russa? Guglielmo II. Sapete voi quali siano stati i ministri pi reazionari di Russia, taluno dei quali giustiziato dalle bombe terroriste? Erano tutti di origine tedesca. La Russia si libera adesso della influenza preponderante dei tedeschi i quali avevano tedeschizzato perfino la capitale.
Lo czarismo russo  detestabile ma il caporalismo prussiano non lo  meno. Con questa differenza: che la Russia  un vasto crogiuolo di energie e di fede. Noi ci intenderemo coi russi. La loro psicologia  la nostra. Essi sono capaci di fare la rivoluzione; in Germania il proletariato non si  mai ribellato.
, del resto, nell'interesse stesso della causa rivoluzionaria che noi vogliamo la partecipazione dell'Italia al conflitto.
Ma voi pensate sul serio che la Russia potr restare almeno immune dal contagio democratico quando ci sia una repubblica dalla Vistola al Reno.
Mai pi. Domani la Russia sar travolta - intendo la Russia nella sua impalcatura feudale e czarista - e dall'interno e dall'esterno.
Ma coloro che ci agitano lo spauracchio russo per farci dimenticare le forche di Francesco Giuseppe ed il militarismo prussiano, fanno un giuoco polemico che non vale certamente la candela.
Noi abbiamo dimostrato che  nell'interesse appunto delle democrazie occidentali di far s che all'atto della liquidazione dei conti ci siano molte nazioni democratiche contro le nazioni feudali, perch solo a questo patto l'Europa di domani non sar una copia di quella di ieri.
Vi dicevo che ci sono le ragioni di classe, le ragioni tipiche del proletariato. Ma il proletariato non pu rimanere estraneo a questo conflitto; non lo pu perch il proletariato non  gi una collettivit di straccioni, di elemosinanti;  una collettivit di soldati, di combattenti, di gente che quando l'ora suona, accetta il sacrificio.
Ma come? Voi ammettete la rivoluzione per sbarazzarvi di una monarchia o di una aristocrazia all'interno, e non volete la guerra solo perch le aristocrazie o le monarchie da spazzare via sono all'esterno?
Ma allora siete degli egoisti!
C' anche una ragione umana.  ormai dimostrato che coll'intervento dell'Italia e della Rumenia gli austro-tedeschi saranno fiaccati. E allora noi diciamo: O madri che tremate per i figli che dovranno andare sulle trincee, voi combattenti da una parte e dall'altra,  finita. Veniamo a dare il colpo di grazia. Sacrificheremo centomila dei nostri ma salveremo un milione dei vostri. Sar questa la prova suprema della Internazionale proletaria.
Ed  nelle nostre tradizioni. Io sono per temperamento, per abitudine di studi, un antitradizionalista perch le tradizioni sono dei ruderi; ma qualche volta sono dei ruderi intorno ai quali bisogna andare per ispirarsi. Ebbene, noi riprendiamo le tradizioni italiane.
Oh! erano belli i tempi, quando il socialismo idealista che non si era corrotto, il socialismo italiano teneva nei suoi circoli la veneranda figura di Garibaldi! Il socialismo italiano dunque, riconosceva in Garibaldi un uomo che aveva fatto qualche cosa per noi tutti, per il proletariato mondiale.
Ah! Garibaldi era un guerrafondaio! Sicuro! Quaranta battaglie, dieci guerre in tutti i continenti; ma chi di voi sarebbe cos stolto, cos pazzo da dire che Garibaldi era un guerrafondaio?
Ma no: qualche volta la spada bisogna sguainarla per sciogliere il nodo gordiano di tutte le tirannie; qualche volta bisogna saper versare fino all'ultima stilla il nostro sangue, perch  il sangue che d il movimento della storia, perch il sangue -  cos -  la tragica necessit di questa specie umana che da 254.000 anni  venuta sul pianeta.
 destino che ogni creazione, che ogni passo in avanti sia segnato da macchie di sangue. Voi non comprenderete la storia se non vi introdurrete l'elemento della violenza.
Qualche volta le cose sono cos aggravate che i mercati diplomatici, le trattative mercantili, i compromessi politici non bastano a risolverle. E allora viene dal popolo l'ignoto colla bomba, colla dinamite, o viene il popolo coi suoi fucili e le sue spade. Questo il dovere d'Italia nel momento attuale.
Chi siete voi piccoli, voi che pretendete alzando il dito del cittadino che protesta, di fermare gli avvenimenti che rotolano con fragore di uragano nelle linee della storia? Ma no, voi sarete travolti; voi dovete comprendere questo fenomeno, voi dovete introdurvi la vostra volont se siete dei socialisti e se siete dei rivoluzionari.
E allora, o per amore o per forza, colla parola prima o con qualche gesto di sangue e di fiamma, noi spingeremo tutta l'Italia a spezzare il nodo che la lega ancora all'impero della forca e la spingeremo l dove il nostro destino ci chiama per l'interesse della nazione, per interesse di classe, per interesse di umanit.
E coloro che in questo momento tragico della storia si rinchiudono nel loro guscio di egoismo che non  sano ma abbietto, che non vogliono sentire il grido dei popoli oppressi, che restano freddi dinanzi allo spettacolo terribile del Belgio, dinanzi alle stragi scatenate dal militarismo prussiano, costoro saranno ancora dei socialisti, se per essere socialisti occorre essere muniti della tessera. Ma io ho concepito il socialismo sempre come una lotta diuturna, instancabile, violenta, contro tutti i tiranni, quei di dentro e quei di fuori; io ho concepito il socialismo come un'aspirazione di giustizia, di umanit, di fratellanza.
Una pagina del vangelo socialista sar quella in cui si dice, prendendo a prestito il verso di Terenzio: "Io sono un uomo e nulla di ci che  umano mi  straniero". Ebbene, io sono uomo, uomo di questa Italia e non mi  straniero il sacrificio del Belgio, non mi  straniero il sacrificio della Francia, non mi  straniero il sacrificio della Serbia e vedo dietro alle borghesie il proletariato che sanguina, che soffre, che invoca, che dice: Proletar d'Italia, avanti: ancora uno sforzo, liberateci voi! (L'oratore  stato frequentemente applaudito).
 O PRIMA O POI
Dopo cinque mesi di ostinata propaganda neutralista, dopo centinaia di articoli, di discorsi, dopo diecine di manifesti alle moltitudini, l'Avanti! di ieri, occupandosi o meglio "non" occupandosi dell'intervista dell'on. Rigola, si abbandonava a questa melanconica confessione: "Essi, cio i lavoratori italiani, non sanno forse ancora come potranno opporsi ad una dichiarazione di guerra". Ed  la verit. Non lo sanno, perch nemmeno i dirigenti lo sanno: perch i dirigenti sono di una reticenza gesuitica quando si tratta di determinare i "modi" della opposizione pratica alla guerra.
La conclusione dell'Avanti!  la prova palmare della mistificazione di cui  vittima il proletariato italiano. Tutta la predicazione anti-guerresca, non ha dunque uno scopo, un obiettivo qualsiasi: si tratta di parole gettate al vento, di carta stampata per il macero, di formule che devono incatenare e abbrutire le masse, ma in fondo, nulla di concreto, di positivo, di audace, di risoluto: dopo cinque mesi, il partito socialista italiano, a mezzo del suo organo centrale, denuncia clamorosamente la propria impotenza e non sa trovare una parola d'ordine da lanciare al proletariato.
I socialisti tedeschi o alcuni socialisti tedeschi hanno cercato di spiegare la loro paralisi, colla fulmineit della guerra: ma seria, o no, questa scusa non vale per i socialisti italiani i quali hanno avuto cinque mesi di tempo per prepararsi e preparare le masse all'azione. Oggi dichiarano che non sanno ancora "come" opporsi alla guerra, ma quando mai lo sapranno? Quando mai si decideranno ad uscire dall'equivoco e dalla restrizione mentale? Non  dunque l'ora di dire ci che si vuole, dove si vuole arrivare e con quali mezzi? Tutto deve limitarsi ad una semplice e sterile masturbazione verbale? Delle due l'una: o la vostra propaganda contro la guerra  sincera e allora voi dovete spingerla sino alle conseguenze estreme senza badare a sacrifici individuali e collettivi che saranno sempre inferiori a quello che per voi  il male dei mali: la guerra; o la vostra propaganda  un esercizio spirituale per la salvazione dell'anima, delle "posizioni" acquisite e delle sacre, nonch tarlate tavole fondamentali del Partito e allora voi dovete dirlo per non ingenerare pericolose illusioni, per non turlupinare le folle che vi credono e vi seguono.
Non  facile spezzare i corni di questo dilemma: ma  ormai pacifico che il Partito socialista italiano - data la sua composizione prettamente borghese o borghesoide e dati i suoi precedenti.... in materia - trover che il secondo corno del dilemma  preferibile al primo. Al momento topico si voter.... un ordine del giorno pi o meno vibrato e si "subir" in silenzio e con rassegnazione la guerra. Ci  gi stabilito. Tutto il resto serve da apparato scenico per i gonzi della platea.
Rinaldo Rigola parla chiaro. Egli rimpiange e deplora - in cuor suo - lo sciopero generale anti-libico e si guarder bene dal tentarne una ripetizione in grande stile o in proporzioni ridotte nel caso di una guerra contro l'Austria. Sciopero generale insurrezionale? Manco per sogno. Ci sono troppi riformisti di destra o di sinistra nel Partito, interventisti pi o meno abilmente truccati da neutralisti relativi e sopratutto avversari decisi dello sciopero generale, del "fantasma fosco" dello sciopero generale per usare una espressione cara all'on. Prudenzio Turati. Uno sciopero generale dimostrativo? Col cronometro? Mai pi. Sarebbe una specie di commedia destinata all'insuccesso ed al ridicolo. Comizi? Proteste? Dimissioni dei municipi socialisti? Nemmeno. Il repertorio  esaurito: si trover che i comizi e le proteste verbali sono sproporzionate alla gravit dell'ora: difatti quando  l'ora della guerra o si ha il coraggio e la possibilit di scatenare la rivolta o si accetta, in silenzio, il destino.
La neutralit dei socialisti italiani non ha dunque vie d'uscita: essa  gi condannata.
I socialisti che ragionano sentono la fatalit inevitabile di questa condanna; e l'articolo del Mondolfo e l'intervista del Rigola sono gli indici chiari di questo stato d'animo.
Non  lontano il giorno in cui i socialisti sentiranno tutta la falsit e l'illogicit del loro atteggiamento. Date certe premesse non si pu non giungere a determinate conseguenze.
La formula rigoliana del "disinteresse" del proletariato dinanzi ad una guerra con finalit nazionali,  fallace. Non si pu pretendere che il proletariato si "disinteressi" di un fatto che lo riguarda assai da vicino: nella partita  impegnato il suo sangue, il suo avvenire: in tal caso il "disinteresse" pu equivalere ad una specie di suicidio. Perch la formula del "disinteresse" avanzata dal Rigola avesse un significato bisognerebbe "dimostrare" che la risoluzione dei problemi concernenti le nazionalit non ha alcuna influenza sull'avvenire della classe operaia. Ma tutti i socialisti convengono nell'ammettere che le rivalit nazionali all'interno o all'esterno degli stati sono un elemento perturbatore della lotta di classe; tutti i socialisti riconoscono che la libert e l'indipendenza delle nazioni sono i presupposti necessari di una pi salda e fraterna comunione dei popoli. "Disinteressarsi" della guerra "nazionale"  un assurdo. Se voi ammettete il diritto alla difesa nazionale in caso di invasione, voi dovete necessariamente esaminare in quali condizioni pi o meno favorevoli voi possiate esercitare tale diritto. Non  pi una questione di principio, ma una questione contingente, oserei dire, cronologica: si tratta del prima o del poi.
Perch non "anticipare" la difesa? Se voi siete convinti che il trionfo del blocco austro-tedesco significa l'asservimento e forse lo smembramento dell'Italia, perch siete cos stolti da non ovviare al pericolo quando si  in tempo e quando il sacrificio  minore?
Insomma: o la guerra, oggi, in condizioni discrete, con molte probabilit di successo, o la guerra domani fra uno o cinque anni in condizioni pessime, colla prospettiva del disastro.
Il momento pi opportuno per liberarsi da tutti i pericoli e da tutte le insidie future , per l'Italia, questo: domani potrebbe essere troppo tardi. Se domani Verona dovesse subire la terribile sorte di Lovanio - (e gi i battaglioni dei bavaresi discendono per l'antica strada di tutte le invasioni barbariche verso ai confini) - molti di coloro che oggi gridano: neutralit, neutralit ad ogni costo, chiederebbero - sopraffatti dal sentimento - un fucile ed un posto alle trincee. Ma potrebbe anche darsi che il sacrificio fosse inutile perch tardivo.
Signori neutralisti che vi accostate assai alla tesi eretica dell'intervento, signori neutralisti che - come i socialisti di tutti i paesi del mondo - accettate il concetto della difesa della "nazione", voi non potete, voi non dovete sfuggire alla catena delle conseguenze necessarie che si deducono dalle vostre premesse: voi dovete scegliere fra le due guerre inevitabili: o prima o poi.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 46, 31 dicembre 1914, I.
 FRONDA....
I dirigenti del Partito socialista, che hanno ancora una qualsiasi capacit di raziocinio, cominciano a sentire il peso e pi che il peso, la vergogna di una formula assurda e anti-proletaria come  - oggi - la formula della neutralit assoluta. Si notano qua e l i primi tentativi di ribellione. Vecchi compagni si dimettono dal Partito, o sono, pi speditamente, cacciati. Nei fogli settimanali squillano le prime voci dei dissidenti.
La riunione tenutasi l'altra sera a Milano,  un tentativo d'opposizione alla corrente torbida del neutralismo socialista, non pi inspirata da motivi ideali, ma da bassi tornaconti mercantili o da preoccupazioni elettoralistiche. Non erano molti i socialisti riunitisi l'altra sera in via Circo, ma erano i "notabili" del Partito; se difettava la quantit, c'era, in compenso, la qualit. C'erano i deputati, moltissimi consiglieri comunali, gli assessori quasi al completo, coll'adesione del sindaco; c'era insomma la minoranza pensante. Le maggioranze non possono pensare. Esse sono il numero, la quantit, e perci l'inerzia: sono il materiale greggio col quale si "fa" e si  fatta, in ogni tempo, la storia; esse non sono mai o quasi mai tormentate dal dubbio, assillate dallo spasimo angoscioso, ma salutare della ricerca; le mille trepidazioni dello spirito eternamente mobile, irrequieto, indagatore, sono ignote alle maggioranze che hanno orizzonti mentali circoscritti. La minoranza pensante del socialismo italiano non pu appagarsi del grido di "abbasso la guerra". Questo grido non risolve i formidabili problemi che la guerra ha posto sul tappeto. Uomini che hanno sempre seguito nella loro attivit politica direttive realistiche e potrei dire pragmatistiche; uomini che hanno irriso in ogni tempo le formule, schernito i dogmi, avute in sommo dispregio le fedi cristallizzate che ipotecano col presente l'avvenire; con questa, le generazioni che saranno; uomini di tal fatta non potevano rimanere a lungo e in silenzio nella "frateria" salmodiante l'abbasso o un evviva. Cominciano a parlare. Ma sono in ritardo. E, quel ch' peggio, non "osano" di giungere in fondo. Sentono di essere su di un pericolosissimo piano inclinato e si fermano o tentano fermarsi e non s'accorgono che una posizione intermedia "statica"  la pi malagevole a mantenersi e a difendere: sono vittime dunque del "feticcio" unitario? Quel Turati che in altri tempi si fece promotore di scissioni socialiste per una questioncella nemmeno paragonabile da lontano al problema odierno dalla cui soluzione dipendono non solo i destini d'Italia, ma i destini del mondo, oggi in nome dell'unit, accetta la compagnia degli herveisti pi sordidi e ripugnanti, salvo ad elevare qualche protesta nelle piccole riunioni di Partito. C' pi differenza oggi fra herveisti, neutralisti relativi e interventisti, di quanta non ne passasse nel 1913 fra intransigenti e riformisti. Si tratta di dissensi che investono fondamentalmente la dottrina del socialismo, le basi del Partito: il fatto di accettare o no la difesa nazionale, trae seco una catena di conseguenze che spostano tutto l'asse ideologico del Partito: da una parte si va alla concezione aberrante del tolstoianesimo, dall'altra si va all'Arme nouvelle del Jaurs, alla magnifica sintesi della Patria - realt insopprimibile d'oggi - coll'Internazionale, realt ineluttabile di domani.
Un abisso separa le due concezioni. Ma i dirigenti del Partito non "osano" di guardare dentro a quell'abisso e di gettarsi da l'una parte o dall'altra: vi sono in gioco troppe posizioni politiche ed economiche acquisite, consolidate; troppi collegi, troppi municipi, troppe cooperative. Tutto ci  il cemento che tiene unite le tendenze non divergenti, ma assolutamente antitetiche che dividono oggi il Partito socialista. L'unit nasconde la pi pericolosa delle scissioni; pericolosa perch ipocrita, in quanto l'unit  il frutto di una reciproca mortificazione e mistificazione dei cervelli e dei cuori. Ma poi, questi signori sono in ritardo. Prima, assai prima dovevano parlare. Prima, o almeno due mesi fa, quando fu montato il "diversivo" mussoliniano, bisognava proclamare in faccia a tutti i Lazzari dell'universo che "il principio di nazionalit non pu essere rinnegato", che "il trionfo del principio di nazionalit pu coincidere con quello della libert e segnare una tappa verso l'internazionalismo"; allora aveva un senso e poteva frenare la corsa pazza dell'herveismo; oggi il Partito si trova sul piano inclinato e dovr andare sino in fondo con tutta l'esibizione della sua miseria. Io ho l'impressione che i neutralisti relativi di via Circo abbiano voluto - pi che altro - salvarsi la coscienza; non avere dei rimorsi; anticipare una debita scissione di responsabilit, onde poter dire domani, qualora il movimento dei gruppi catechizzati e abbrutiti da tanta propaganda, sboccasse nella rivolta sterile o nel disastro nazionale: noi eravamo dei neutralisti relativi.... Non c'entriamo!
E sar il grottesco che si unir al tragico....
Delle due l'una: o questa propaganda contro "ogni" guerra  seria e non una semplice commedia e allora essa non pu avere che un obiettivo pratico: impedire ad ogni costo la guerra, qualunque guerra. Magari con uno sciopero generale.
O questa propaganda non ha obiettivi pratici, ma  una pura blaterazione o ruminazione comiziale e in questo caso i suoi risultati non sono meno perniciosi, in quanto crea e mantiene uno "stato d'animo negativo" fra quelle masse che domani dovrebbero colle baionette salvare quel principio di nazionalit che i neutralisti "relativi" alla Turati non vogliono rinnegare.
Ancora. Se il principio di nazionalit non "deve" essere rinnegato, se  opera socialista "non" opporsi "a che l'Italia possa ottenere migliori condizioni di vita e di sviluppo", sar opera tanto pi socialista agitarsi perch siano garantite all'Italia migliori condizioni di vita e di sviluppo. La "non" opposizione, cio l'inazione,  socialista? Ma allora l'azione lo  di pi. Lo  sempre di pi. Si comprenderebbe la "non opposizione" quando ci fosse in Italia una borghesia all'altezza della sua missione storica - che  il conseguimento dell'unit nazionale -; ma tale borghesia manca; la causa della neutralit, insieme cogli herveisti del socialismo, trova i suoi campioni validissimi nei ceti mercantili e professionistici della borghesia. Si comprenderebbe la "non opposizione", o amico Marangoni, quando si trattasse "soltanto" del nostro problema nazionale, ma v' un'altra posta, nel giuoco, ed  la posta suprema: si tratta della libert o della schiavit d'Europa; bisogna scegliere fra il berretto frigio o l'elmo a chiodo; fra il consolidarsi degli istituti feudali e monarchici col trionfo degli imperi centrali ed il frantumarsi insieme con quelli di tutte o molte catene.
Forse non saremmo "interventisti" se si trattasse soltanto di "ottenere migliori condizioni di vita e di sviluppo per l'Italia", ma insieme con ci, v' il pi, il meglio: tutto il resto: il reale e l'ideale: la nazione e il socialismo.
Non opporsi, che cosa significa, in fondo? Collaborazione passiva. Accettazione. Non pu ridursi a questo il compito del socialismo nell'ora pi calamitosa della storia. Negli altri paesi - in Francia, in Germania, nel Belgio, in Inghilterra - i socialisti hanno preso le loro tremende responsabilit, come protagonisti e non gi come semplici "comparse" passive del dramma.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 11, 11 gennaio 1915, II.
 IL PARTITO DEL "NI"
V' nei recenti discorsi pronunciati dall'on. Turati alla Sezione Milanese del Partito Socialista italiano, un'invettiva magnifica e atroce che non dev'essere dimenticata. "Che cosa ci ha dato, dunque - ha detto Filippo Turati - Francesco Giuseppe, imperatore d'Austria.... perch si debba da noi, socialisti italiani ed in siffatta guisa, lavorare alla salvezza della monarchia degli Absburgo?". Non garantisco l'esattezza del testo della frase, ma il significato non si presta ad equivoci. Dinnanzi alle manifestazioni scriteriate dell'herveismo in ritardo, c' veramente da chiedersi se Francesco Giuseppe non abbia disseminato i suoi "agenti" nelle file del socialismo italiano. Evidentemente l'on. Turati comincia a soffrire della comunanza con gente che rinnega i fondamentali postulati del socialismo; fra poco questa sofferenza sar uno spasimo acuto e bisogner decidersi: o accettare una coazione disciplinare che umilia tutte le facolt superiori dell'intelligenza e del sentimento o scuotere il giogo.
I postulati fondamentali del socialismo non conducono a rinnegare la patria. Giovanni Jaurs, ha scritto pagine indimenticabili sull'argomento e tutte compenetrate e vibranti d'amore per il "dolce suolo di Francia".
Mentre i socialisti italiani si concedono il lusso - ormai arcaico e archeologico - dell'herveismo, i socialisti tedeschi biasimano acerbamente Liebknecht e dichiarano a mezzo dei loro giornali e proclamano nelle loro riunioni pubbliche che la guerra dev'essere condotta ad oltranza sino alla vittoria delle armi germaniche. Solo in Italia, si "osa" - profittando della neutralit - affermare l'opposizione a tutte le guerre, anche a quelle di difesa. Solo in Italia si mette in discussione una proposta di sciopero generale contro la guerra inevitabile, proposta che i giornali austriaci segnalano e postillano con evidente compiacenza. Fra poco, i due imperatori manderanno uno stock di croci di ferro da distribuire fra i socialisti fedeli alla causa della neutralit assoluta.
Non capisco come non si sia ancora demolita quella colonna di bronzo che a Porta Vittoria reca incisi i nomi di coloro che caddero nelle Cinque Giornate.... Quella colonna  un insulto permanente ai devoti della neutralit assoluta. I milanesi del 1848, erano degli ingenui, forse dei sadisti, non  escluso che fossero dei criminali, secondo il gergo nuovissimo dell'antropologia ad uso e consumo dei socialisti del 1915.
Probabilmente, se nel 1848 ci fossero stati una dozzina di Lazzari, qualche decina di Agostini, i popolani milanesi non avrebbero compiuto quella insigne e memorabile sciocchezza che fu la cacciata di Radetzky. Sforzo inutile! Cinquant'anni non sono passati invano. I socialisti milanesi - evoluti e coscienti - oggi lascerebbero tornare Radetzky e i suoi croati e le sue forche. Gli insorti del 1848 commisero uno sproposito, versarono il loro sangue in pura perdita. Non hanno che una scusante: erano dei romantici e noi siamo dei pratici. Erano degli idealisti e noi siamo dei positivisti. Erano dei coraggiosi e noi siamo dei vigliacchi. Credevano di assolvere un compito supremo, regalandoci una patria, ma noi ce ne infischiamo di questa patria e poco c'importa s'essa torner qual era prima del 1848. Tali le deduzioni dell'herveismo.
Logiche e inesorabili. Ma i socialisti che sanno e sentono, i socialisti che conoscono la storia d'Italia, i socialisti che conoscono la dottrina del socialismo, i socialisti che vogliono vivere nella realt per comprenderla e trasformarla, sono agli antipodi delle aberrazioni dell'herveismo, marca italiana.
Ma, intanto, nel campo socialista regna sovrana la confusione. La data del 21 febbraio non  lontana e ancora non v' una parola d'ordine, una direttiva qualsiasi. Il Partito si sfalda in frazioni e sottofrazioni, pur conservando intatta o quasi la sua compagine amministrativa e burocratica, cui presiede l'alta intelligenza speculativa di Costantino Lazzari. La neutralit del Governo italiano  all'agonia: la mobilitazione non , non pu essere lontana e i socialisti italiani non hanno ancora precisato il loro atteggiamento. La predicazione ostinata della neutralit, non ha, finora, obiettivi pratici di sorta. Gli organi direttivi del Partito si tengono nell'incertezza. Il Comitato della Sezione Socialista Milanese, propone lo sciopero generale, ma non ne determina i mezzi, le forme, gli obiettivi; ma dopo la discussione, il Comitato si rimangia l'ordine del giorno e accetta quello del Malatesta. Turati  contrario allo sciopero generale, pur dichiarandosi "mulescamente" neutrale. Serrati, come il marchese Colombi, fra il s e il no, si dichiara coraggiosamente per il "ni".
Il "ni" ecco la formula del Partito Socialista italiano nell'ora pi critica della storia europea. Non lo sciopero generale, ma la neutralit assoluta; non l'intervento, ma la neutralit relativa: fra questi estremi e mediani punti di vista c' posto per dieci ordini del giorno, e tanti ne furono presentati alla Sezione Socialista Milanese. I proletari italiani domanderanno, domani, al Partito Socialista: che cosa dobbiamo fare? E il Partito Socialista, dopo tante discussioni e cogitazioni, risponder con un solenne "ni". Fate il "ni". Acconciatevi al "ni". Che cosa  il "ni"?  un quid medium fra il s e il no, fra l'essere e il non essere: il "ni"  dell'ermafroditismo applicato alla politica socialista; , in altri termini, una mostruosit. Coloro che si illudevano di veder sboccare la neutralit socialista nella fiammeggiante rivolta delle masse, vedono invece profilarsi all'orizzonte un enigmatico e ridicolo "ni". Il "ni"  l'ultima parola della saggezza socialista. Il "ni"  la formula estrema del rivoluzionarismo di partito. Il "ni"  il monosillabo della pusillanimit neutrale che non vuole compromettersi in nessuna guisa. Un partito che in un'ora come l'attuale - gravida di problemi e di responsabilit - si rifugia in un "ni"  un partito giunto al crepuscolo. Eppure, se i socialisti italiani, non avessero in questi ultimi tempi subito una vera e propria infezione di "sudekumismo", non troverebbero grandi difficolt ad orientarsi e ad orientare l'azione delle masse. Basterebbe un esame spregiudicato della situazione. Basterebbe osservare come si sono via via polarizzati, e da qual parte, i ceti conservatori, borghesi e reazionari d'Italia.
Si constaterebbe allora che i conservatori e i reazionari, da Giolitti a Meda, dal senatore Grassi all'on. Bruno di Belmonte sono tutti per la neutralit. La neutralit  sinonimo di conservazione. In queste condizioni un partito intimamente rivoluzionario non tarda a conoscere qual  la sua posizione teorica e pratica. Se la borghesia  neutrale, il proletariato socialista deve essere per l'intervento. Il marxismo ci insegna che il proletariato deve spingere la borghesia alla risoluzione dei problemi borghesi. Anche la guerra pu esser un mezzo di rivoluzione. Si spiega in tal modo l'entusiasmo di Marx per le vittorie prussiane del '70. Il proletariato tedesco - vittorioso - realizzava la sua unit all'interno e liberava la Francia dalla dinastia dei Bonaparte. La guerra del '70 rientra, per Carlo Marx, nel piano delle "necessit" preliminari per l'attuazione del socialismo. Cos la risoluzione dei problemi di nazionalit.... Non  senza significato il fatto che i pi grandi teorici del marxismo, da Plekanoff a Hyndman, siano tutti anti-neutrali.... Non  privo d'importanza il fatto che i socialisti italiani non sappiano giustificare la neutralit assoluta, se non con le aberrazioni ripugnanti dell'herveismo.... n sappiamo trovare una linea di condotta pratica.... mentre gli avvenimenti incalzano.
A poco a poco, il socialismo neutrale rivela tutta la sua assurdit anti-proletaria e anti-internazionalista. Dopo sei mesi,  giunto al "ni".  il balbettio della paralisi.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 38, 7 febbraio 1915, II.
 LA PRIMA GUERRA D'ITALIA
Quella che noi vogliamo, la guerra che noi faremo - superando qualunque ostacolo interno -  una guerra che dovrebbe riempire d'orgoglio e di trepidazione l'animo di ogni italiano. Parlo degli italiani che non si vergognano - ancora - di essere nati in Italia; parlo degli italiani che se ne vergogneranno amaramente domani se l'Italia si manterr neutrale sino all'epilogo del gigantesco conflitto; parlo degli italiani che pur non essendo prefetti del regno come il signor Panizzardi, non diffamano continuamente, come fa l'austriacante prefetto Panizzardi, il proprio paese.
Quella che noi vogliamo, quella che noi faremo, non  una guerra nazionale soltanto a cagione degli obiettivi nazionali che ci prefiggiamo di raggiungere al prezzo di qualunque sacrificio, ma  una guerra nazionale perch - per la prima volta dopo tanti secoli di servaggio - sar fatta dalla nazione.  la prima guerra dell'Italia. Dell'Italia nazione, dell'Italia popolo, unito ormai, in una salda compagine dalle Alpi alla Sicilia. Bisogna risalir molto in alto nel corso dei secoli per trovare qualche cosa di simile all'evento grandioso che maturer domani. Le guerre del Medioevo furono guerre fratricide o guerre di Comune contro gli stranieri. Non si ricorda in quel periodo tormentato e pur glorioso della storia nostra una guerra che abbia fatto balzare in piedi tutti gli italiani. Le guerre del Risorgimento furono fatte da una parte dell'Italia per l'Italia e - talora - contro una parte dell'Italia.  il Regno d [...](1) Sardegne che si cimenta nel '49 e nel '59 contro l'Austria. Sono i soldati del rude e tenace Piemonte che si battono a Novara, in Crimea, a San Martino. L'Italia non esiste.  ancora una "espressione geografica" secondo la frase del diabolico Metternich. Nel 1860  Garibaldi che redime - contro i borbonici - il Regno delle Due Sicilie. Quella infelice del '66, non  ancora una guerra "nazionale" nel significato ch'io d a questa parola in questo momento. La nazione non  tutta in armi. Manca la Venezia, manca Roma. Quella del '70  una passeggiata. Dopo il '70 l'Italia non ha avuto che due guerre coloniali. L'eritrea e la libica. Quest'ultima pi disastrosa della prima; entrambe condotte con criteri parlamentari, turbate da influenze estranee, guidate - troppo spesso - dagli insopportabili avvocati politicanti della Casa delle Chiacchere e non dai generali responsabili. Guerre coloniali, pi che nazionali. Oggi, per la prima volta dopo lungo volger di secoli e tramutar di fortune, l'Italia deve, dovr chiamare in armi tutti i suoi figli validi alle fatiche della guerra. Sar una grande prova. La guerra  l'esame dei popoli. Inutile cantaferare tutte le stupidissime litanie del pacifismo. L'individuo rivela la sua natura interna non negli episod della normalit quotidiana, ma dinnanzi all'imprevisto che ponga in forse i suoi beni, i suoi affetti, la sua propria esistenza. Cos i popoli denudano se stessi nella guerra. Il germano brutale e feroce - meccanico nella sua brutalit, metodico nella sua ferocia - ci  balzato innanzi nella guerra contro il Belgio e ci  stato facile riconoscere in lui - sotto l'elmo chiodato - l'antico selvaggio delle foreste nevose, descritto da Tacito nelle sue istorie. I francesi che sembravano prossimi ad esaurirsi e a morire - gi il massimo aedo del pangermanismo, Massimiliano Harden, aveva tessuto l'epicedio superbo! - i francesi avevano ancora insospettate e meravigliose risorse di energia. La guerra ha scoperto, ha messo in valore la Francia. C' ancora una Francia! Una Francia che ha gi superato il suo esame, anche se dovesse soccombere. Poich ha dimostrato di saper affrontare il nemico.  necessario di vincere, ma  ancora pi necessario di combattere. Ci sono delle sconfitte che non umiliano i popoli; ma ci che avvilisce, ci che abbrutisce, ci che uccide senza gloria o rimpianti  l'ignavia;  il rifuggire da ogni rischio,  l'evitare ogni responsabilt;  il tenersi "neutrali" quasi in atteggiamento di predoni o di sciacalli, mentre tutti combattono.
La guerra deve rivelare l'Italia agli italiani. Deve anzitutto sfatare l'ignobile leggenda che gli italiani non si battono, deve cancellare la vergogna di Lissa e di Custoza, deve dimostrare al mondo che l'Italia  capace di fare una guerra, una grande guerra. Bisogna ripeterlo: una grande guerra.
Non una guerra parlamentare o diplomatica; ma una guerra fatta di soldati che si fermano solo quando hanno ridotto all'impotenza il nemico. E del resto non  possibile che una grande guerra. Solo questa, pu dare agli italiani la nozione e l'orgoglio della loro italianit, solo la guerra pu fare gli "italiani" di cui parlava d'Azeglio. O la Rivoluzione!...
Bando dunque agli eccessivi timori. La guerra riveler - forse - a noi stessi l'Italia che ignoravamo.
Governanti, osate! Osate presto!
Abbiate pi fiducia in questo popolo di quaranta milioni! Fra i soldati che voi dovrete armare, ce ne saranno quanti bastano per finire l'Austria, per fiaccare la Germania, per vincere, insomma! Voi non potete, voi non dovete impedire all'Italia questa prima affermazione della sua vitalit nel mondo. Non  cogli inchiostri della diplomazia, ma col sangue degli eserciti, che si conquistano oggi per le terre e gli oceani i titoli di nobilt e di grandezza dei popoli.
Mirate lungi, o governanti d'Italia! Non c' soltanto l'oggi, ma il domani. Non risparmiate una generazione, quando ci significhi umiliare un popolo. L'Europa intera sembra oggi svenarsi e morire sul Calvario della sua espiazione: ma  illusione. La vita non muore: riprender domani con un ritmo frenetico, sino all'ebbrezza, il suo imperio perenne.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 45, 14 febbraio 1915. II.
 ABBASSO LA PACE!
La pace? No. Non ancora. Non adesso. La possono auspicare - pi o meno accademicamente o sinceramente - i quacqueri del Nord-America o della.... Svizzera. Non noi. Le voci pacifiste che circolano sui giornali - anche socialisti - esprimono piuttosto un desiderio vago che una eventualit di un domani immediato. La pace  impossibile, oggi. La Triplice Intesa non pu volerla. Ci sono delle ragioni fondamentali che si oppongono ad ogni prematuro tentativo di pace. Le dicerie di accordi "separati" fra Russia ed Austria non hanno fondamento alcuno. Sono "manovre" di.... guerra fatte.... coi giornali. Comunque, i socialisti e i sovversivi interventisti devono reagire energicamente contro alla formazione di uno stato d'animo pacifista, specie in paesi, che come l'Italia, devono "necessariamente" scendere in guerra.
La pace - oggi - sarebbe un delitto di lesa umanit.
Quest'affermazione non  - come potrebbe sembrare a prima vista - paradossale. Si possono prospettare tre ipotesi: La pace con vantaggio della Germania, la pace ai danni della Germania, la pace-compromesso che lascia intatto o quasi lo statu quo europeo. Dal punto di vista rivoluzionario tutte e tre le ipotesi sono da rigettarsi. Una pace con vantaggio - pi o meno notevole - per la Germania, significherebbe, con molta probabilit, la annessione del Belgio e un grave sacrificio per la Francia.
Una pax germanica rialzerebbe il prestigio del militarismo prussiano e preparerebbe - a breve scadenza - un nuovo tentativo di egemonia tedesca sull'Europa.
 possibile una pace - oggi - che conduca a una umiliazione della Germania? No. La situazione militare della Germania  ancora buona, specie nell'Occidente. Ma, supponendo che la Germania fosse costretta dalla sua disperata situazione economica a chiedere la pace, tale pace celerebbe un'insidia. La Germania, che non ha subito che in minima parte i danni dell'invasione, potrebbe "rifarsi" rapidamente dei danni sopportati nella guerra e ricominciare fra qualche tempo la partita.
La terza ipotesi di una pace di transazione  la peggiore di tutte e non vale nemmeno la pena di spendervi attorno molte parole.
Ora  necessario che il gruppo austro-tedesco sia battuto e sia costretto ad arrendersi senza condizioni, com' avvenuto per la resa di Przemysl. La guerra deve continuare sino al giorno in cui i tedeschi dovranno chiedere la pace in ginocchio. Altrimenti la guerra avr mancato al suo scopo.
Milioni di uomini, miliardi di denaro saranno stati sacrificati invano. Questa immensa ecatombe di giovani, deve liberare l'Europa dall'incubo del militarismo prussiano. Se cos non fosse, fra pochi anni avremmo un'altra guerra.
Una pace duratura non  possibile se i problemi di nazionalit - che spiegano in gran parte la guerra attuale - non saranno risolti. L'Austria deve essere ridotta ai minimi termini o, meglio ancora, deve essere fatta "saltare" come un conglomeramento eterogeneo; la Germania dev'essere fiaccata e resa, almeno per cinquant'anni, completamente innocua. Solo cos il Belgio potr ricostruire dalle rovine le sue citt e rivivere la sua vita, solo cos la Francia potr sanare le ferite profonde dell'invasione.
Caso contrario, i tedeschi ripeteranno il colpo. Non per nulla essi hanno teorizzato la guerra come "un'industria".
Nel 1878, pochi anni dopo alla guerra franco-prussiana, Bismarck - irritato e preoccupato della rapidit colla quale la Francia si era riavuta dalle disfatte del 1870 - meditava di vibrare un altro colpo mortale alla nazione nemica. La minaccia russa trattenne le armate di Moltke. Se una pace anticipata e provvisoria conservasse alla Germania la sua preponderanza militare, un'altra guerra, a breve scadenza, devasterebbe e insanguinerebbe l'Europa.
Perch questa guerra conduca a un pi stabile equilibrio internazionale, perch questa guerra imponga la limitazione degli armamenti e, quindi, crei una situazione favorevole per le lotte della classe operaia,  necessario che sia una guerra di liquidazione, una guerra a fondo, sterminatrice di coloro che l'hanno voluta.
Un ministro inglese ha ricordato che questa  la quarta volta, nel corso di appena cinquant'anni, che la Prussia ha scatenato la guerra. Nel 1864 contro la Danimarca, nel 1866 contro l'Austria, nel 1870 contro la Francia, nel 1914 contro l'Europa. Ma questa dev'essere l'ultima.
La pace - cos stando le cose -  un desiderio inutile; peggio, un'aspirazione criminale. I pacifisti nord-americani sono dei collaboratori insperati e graditi che assicurano le fortune della Germania e quindi il premio alla sua barbarie.
Come l'internazionalismo, fatto ingenuamente sul serio dai socialisti dei paesi latini, costituiva un prezioso elemento di successo per la Germania dove i socialisti - con in testa Bebel - anteponevano la loro qualit di tedeschi alla loro qualit di socialisti, cos il latte e miele e.... tartine del pacifismo wilsoniano e dollaresco finisce per esercitare il suo influsso deprimente non sui tedeschi - organizzati sin dall'infanzia per la guerra - ma su gli altri popoli, che disperatamente si difendono dalla Germania.
Fortunatamente, questi primaverili ramoscelli d'olivo, queste.... pasquali nostalgie, non turbano il corso fatale delle cose, n fanno tacere la voce tonante dei cannoni.
Dopo il Natale rosso, avremo la Pasqua rossa. Non vi fu tregua il 25 dicembre, non vi sar sosta domenica prossima. La resurrezione del Cristo - come gi la nascita - non far deporre le armi a coloro che cercano la vittoria. Per la pace di domani, oggi, bisogna gridare: Abbasso la pace!
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 91, 1 aprile 1915, II.
 IN ALTO MARE!
Questa lunga, monotona aspettazione neutrale che dura da ben otto mesi, sta per recidere i nervi della nazione: ecco la triste verit che tutti conoscono e "sentono", anche se non tutti hanno il coraggio di proclamarla apertamente.
Passano i giorni, le settimane, i mesi e il paese attende invano un gesto, una parola che orienti i cervelli e scaldi gli animi. Si diventa atoni, abulici. L'alterna vicenda delle notizie allarmistiche cui fanno regolarmente seguito le smentite o le attenuazioni, insensibilizzano a poco a poco l'opinione pubblica. Fatta astrazione della minoranza degli "esasperati", la massa non solo non ha idee, ma non ha pi nemmeno sentimenti, preferenze, antipatie. L'odio per i tedeschi invasori del Belgio  del settembre e se i profughi belgi non l'avessero attizzato, ramingando per le citt d'Italia, a quest'ora sarebbe morto.
La neutralit  - senza dubbio - il regime perfetto per abbrutire i popoli. Eppure, malgrado il pessimismo che ci soffoca, noi ci rifiutiamo ostinatamente di credere che il "sacro egoismo" debba inchiodare per sempre l'Italia alla gogna della neutralit.
Ma, intanto, chi sa nulla? Il re, e bisogna ormai metterlo seriamente in discussione, non ha saputo - in otto mesi - che mandare uno dei soliti telegrammi al sindaco di Roma per l'anniversario del 20 settembre. E niente altro. Molti monarchici cominciano a chiedersi se valga la pena di pagare con sedici milioni in oro un re che non sa assumere - nemmeno nei momenti tragici della storia - un atteggiamento che non sia.... casalingo e filisteo. Se  necessario di avere semplicemente un Capo dello Stato, ma allora si pu scegliere meglio e spendere meno. A un re borghese, io preferisco un Motta qualunque di una qualunque Svizzera.
Questa incapacit organica dei Savoia a vibrare coll'anima della nazione, questa loro deficienza dinanzi allo svolgersi degli avvenimenti,  documentata pagina per pagina in tutta la storia del nostro Risorgimento.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 96, 7 aprile 1915, II.
 DISCIPLINA?
Ancora una volta - e non sar l'ultima - i fastidiosi e semi-ufficiosi pedagoghi dell'Italia neutrale, ci hanno impartita la lezione. Ci hanno, cio, consigliati di star bonini, di mettere il "cuore in pace", di attendere, con fiduciosa aspettazione, la "provvidenza" governativa. Pare quasi inverosimile, al Giornale d'Italia, che ci sia del "nervosismo" nei giornali, dell'ingratitudine nel Paese.  certo che il Giornale d'Italia preferirebbe il viceversa: una stampa addomesticata che fa la cronaca della guerra e per ci che riguarda l'Italia si rimette all'altissimo senno dei suoi ministri; un Paese acefalo che modella la sua opinione sullo stampo di qualsiasi "fatto compiuto". Ora, le minoranze "nervose e irrequiete" che esistono e che noi - con maggiore o minore fortuna - rappresentiamo, non accettano le "paternali" semi-ufficiose e respingono - come indegna di un popolo civile e arbitro dei suoi destini - la disciplina "coatta" dell'inazione e dell'impotenza, la disciplina complice dei "negozi"....
Ma prima di tutto, perch il Giornale d'Italia non ricerca le cause di questo "stato d'animo" che potrebbe domani estrinsecarsi nelle forme della violenza e della rivolta? In fin dei conti, non potrebbe essere esorbitante questa pretesa del Governo, di imporre una "disciplina" morale della neutralit, di un regime che prolungandosi oltre il lecito,  la negazione di ogni "morale"? Ha il Governo il diritto di esigere la disciplina e il silenzio dei cittadini italiani? Discutiamo.
Le cause del "nervosismo", dell'indisciplina morale, sono in relazione col sistema di politica seguito dai governanti d'Italia.
Da nove mesi essi considerano il popolo italiano come una collettivit di pupilli, di minorenni, di deficienti. Da nove mesi, noi tutti viviamo in uno stato spaventevole di oscurit. Nessun popolo ebbe mai i suoi nervi messi - per tanto tempo - a cos dura prova. O il popolo italiano non ha nervi - come certi viscidi insetti - o li ha fortissimi. Noi tutti sentiamo che, insieme con quello delle Nazioni impegnate nel conflitto, anche il nostro destino  in gioco. Ma non sappiamo nulla. Siamo ciurma vile che deve rimettersi completamente nelle mani del pilota. Il popolo italiano  dunque una ciurma? Tutti gli altri popoli sono stati "illuminati" sulle origini, le fasi, l'epilogo stesso della guerra.
C' ormai una Biblioteca intera di libri diplomatici, di pubblicazioni militari, di discorsi di re e di ministri. In Italia, niente. Il "Libro Verde" annunciato  rimasto inedito in qualche polveroso scaffale della Consulta, di dichiarazioni ce n' stata una sola e insignificante: quella dell'on. Salandra alla Camera nella seduta del tre dicembre. L'unico sprazzo di luce concesso al popolo italiano  venuto dall'on. Giolitti, colla sua famosa - ma concertata coll'on. Salandra - rivelazione sui propositi austriaci di muover guerra alla Serbia sin dall'agosto del 1913. Sono state intavolate delle trattative fra l'Italia e l'Austria, e il Governo non ha sentito il pudore elementare di annunciarlo in forma ufficiosa agli italiani. Non chiediamo il diario delle trattative, n l'oggetto delle medesime, n i verbali dei colloqui: chiediamo che il Governo con un semplice comunicato della Stefani confermi o smentisca l'esistenza delle trattative. Nemmeno questo. I governanti italiani sono impenetrabili e freddi come le Sfingi egiziane. Il popolo - malgrado il suffragio universale - deve obbedire, tacere e rassegnarsi - quando sar l'ora - al fatto compiuto. E basta.
Ebbene, questo popolo - malgrado l'oscurit in cui lo si  "volutamente" tenuto - ha dato "finora" saggio di disciplina. Sono passati mesi terribili durante i quali i socialisti stessi si sono piegati a necessit d'ordine nazionale. Se avessero voluto - non tutti, ma qualcuno - "pescare nel torbido", secondo il linguaggio dei procuratori del re, l'occasione non sarebbe mancata. Bastava gettare del petrolio sulle fiamme delle rivolte per la fame. Bastava dare una linea a un movimento spontaneo e grandioso e "legittimo".
L'Italia - minata e demoralizzata all'interno - sarebbe stata necessariamente "distrutta" dai problemi d'ordine internazionale e non avrebbe mai chiesto la guerra. Bisogna avere il coraggio di dire che i socialisti "sedando" le rivolte della fame o prevenendole, come  avvenuto nei grandi Comuni da loro conquistati, hanno fatto - consciamente o no - opera di patriottismo, molto superiore a quella degli onesti "borghesi" contrabbandieri....
La disciplina "nazionale" c' stata. Due miliardi sono stati spesi, settecento mila uomini sono sotto alle armi e nessuno ha protestato. Ma ora la disciplina comincia a pericolare. Il popolo che ha atteso - per lunghissimi nove mesi - una parola, oggi non ne pu letteralmente pi e domanda e vuol sapere qual destino gli sia riservato, di qual morte deve morire.
 umano.
Abusare ancora della sua pazienza, sarebbe bestiale. Intanto che cosa fa il Governo? Ci consiglia di mettere il "cuore in pace", ci fa sapere che attende un "evento decisivo" per muoversi e che l'attesa giover a rendere perfetta la nostra preparazione militare. Noi ci domandiamo - esterrefatti - in quale stato di incredibile disorganizzazione doveva trovarsi il nostro esercito nel mese di agosto, se con due miliardi e nove mesi non siamo ancora "al punto". O l'impreparazione  una scusa per le tergiversazioni diplomatiche? O  annunciata per reclamare nuovi miliardi? Quanto al "fatto decisivo", che tutti aspettano e che non viene mai, non ha dunque considerato il Governo la verit di questa proposizione fondamentale: che il miglior modo per rendere un "fatto decisivo"  quello di contribuire a crearlo? Przemysl pareva un "fatto decisivo", adesso il "fatto decisivo" sarebbe costituito dalla ormai avvenuta traversata dei Carpazi da parte dei russi. Ma non  intuitivo che se domani le baionette italiane si affacciassero alle frontiere austriache, si faciliterebbe l'invasione dei russi in Ungheria e si sarebbe compartecipi del "fatto decisivo", impedendo anche una precipitosa pace austro-russa?
Noi siamo indotti a sospettare che l'eventualit di una pace austro-russa lusinghi i nostri diplomatici e i nostri governanti. Se la Germania da una parte e la Triplice Intesa dall'altra, acconsentono a una pace separata austro-russa, i nostri diplomatici farebbero il loro gioco e raggiungerebbero il loro obiettivo che  quello della "piccola guerra" soltanto contro l'Austria.
Se la Germania - dopo una pace austro-russa si "disinteressa" dell'Austria-Ungheria - la Germania si disinteresser allo stesso modo di una guerra dell'Italia contro l'Austria, guerra che, non coinvolgendo la Germania, renderebbe ancora possibile una collaborazione diplomatica italo-tedesca. Colla Serbia  facile raggiungere un accordo particolare.
Sono ipotesi, eventualit, ma questa incertezza perdurante rende legittimo ogni sospetto e, fra poco, ogni esasperazione.
Noi restiamo quindi sordi agli appelli per la disciplina nazionale. Per esigere la "disciplina" da un popolo, nel secolo XX, bisogna "illuminarlo".
Noi "indisciplinati" abbiamo la coscienza di avere assolto a un nobilissimo dovere patriottico. Rendendo "popolare" la necessit della guerra, noi abbiamo contribuito a creare il "morale" delle truppe che dovranno combattere domani.
Gli "interventisti" disseminati nella compagine dell'esercito, saranno di sprone agli altri e saranno i migliori soldati perch sapranno la "ragione" della guerra. Data la compagine prevalentemente "rurale" dell'esercito italiano, questa infusione di elementi "idealisti" avr, senza dubbio, benefiche ripercussioni sull'esito della guerra.
I nostri propositi sono chiari. D'ora innanzi noi accettiamo una sola disciplina: quella della guerra. Se il generale Cadorna non dir la parola che attendiamo, l'Italia sar fatalmente insanguinata dalla "guerra civile"....
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 100, 11 aprile 1915, II.
 ALLE ARMI!
Il Parlamento ha detto la sua parola. Non c' stata l'unanimit, ma il numero dei voti di maggioranza  stato comunque imponente, grandioso. Nel segreto dell'urna si sono ancora una volta confusi i socialisti ufficiali, i preti austriacanti e i giolittiani traditori. Il discorso dell'on. Turati  stato ancora una volta amletico. Questo voler far coincidere gli interessi ideali e morali del proletariato colla neutralit,  assurdo. Una delle ragioni che consigliavano al Turati tale atteggiamento,  caduta. Ora che si posseggono gli elementi, i dati di fatto, ora che il "Libro Verde"  entrato nella circolazione pubblica, nessuno, nemmeno Turati, pu accusare il Governo italiano di soverchia precipitazione o di richieste eccessive. La verit  precisamente il contrario. Tra il minimum delle domande italiane e il maximum delle offerte austriache  tale e tanta la differenza che nessuna buona volont - nemmeno quella dell'on. Turati - basterebbe a cancellare. E allora che cosa doveva fare l'Italia? Rimanere nella Triplice Alleanza, accettando il "parecchio" blowiano e giolittiano? No, rispondono i socialisti. Doveva abbandonare, forse, Trento e Trieste all'arbitrio e alla tirannia dell'Austria? No, rispondono moltissimi socialisti. E allora? Da qualunque lato si esamini la questione, e noi lo abbiamo fatto in questi mesi, non una, ma innumerevoli volte, la necessit economica, politica, morale, umana dell'intervento italiano  chiaramente provata.
Il discorso "elettorale" dell'on. Turati, appunto perch elettorale,  stato infelice. Sarebbe stato facile a Napoleone Colaianni smontare le fragili argomentazioni turatiane. Ad ogni modo, la nota del socialismo interventista  stata fatta echeggiare vibratamente dal deputato di Napoli, Ettore Ciccotti. Ci ripromettiamo di dare, appena ci sar giunto, il testo stenografico del suo discorso.
Nelle dichiarazioni dell'on. Turati ci sono, tuttavia, delle promesse. Scoppiata la guerra i socialisti ufficiali non creeranno imbarazzi alla Nazione. Faranno il loro dovere. Questo  l'importante.  necessario. Ma occorre che i socialisti lo dicano al proletariato. Occorre che i socialisti diffondano questa necessit imprescindibile del "dovere" nazionale fra le masse campagnuole dove l'herveismo pi ignobile ha fatto strage di anime. Altrimenti le dichiarazioni di Montecitorio non avranno efficacia alcuna.
Ma  tempo di cessare ogni schermaglia polemica. Gli eventi incalzano. L'unione degli italiani  ormai un fatto compiuto. Nessuno deve turbarla. Nessuno la turber.  il segnacolo della vittoria.
Cittadini, alle armi! Viva l'Italia!
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 139, 21 maggio 1915, II
 ..... E GUERRA SIA
Ieri, l'Italia ha dichiarato la guerra all'Austria-Ungheria.
Il prologo del grande dramma  finito. La diplomazia che durante lunghi mesi s'industri a dirimere le cause dell'insanabile dissidio italo-austriaco, cede ora il posto alla forza delle armi.  passato il tempo delle "note", delle "pratiche"; ora ha la parola il cannone. Forse, ha gi tuonato ai confini; certo, comincer oggi....
L'Austria e la sua alleata Germania non hanno mai creduto seriamente all'ipotesi della guerra. Le nostre due ex-alleate, ci hanno sempre considerato come una quantit trascurabile.
Il linguaggio dei giornali tedeschi  la rivelazione di questo stato d'animo. Gli stranieri ci vedono ancora attraverso le oleografie dei suonatori ambulanti, dei venditori di statuette, dei banditi calabresi. Essi ignorano - o fingono d'ignorare - la nuova, la grande Italia. Questa si riveler, nella guerra che si inizia oggi.
Guerra di libert. Gli italiani d'oltre confine devono essere, saranno liberati. Il loro martirio dura da cinquant'anni.  tempo che cessi.  tempo che questi figli lontani e fedeli, tornino alla madre-patria.... Senza la guerra, gli italiani delle terre irredente, sarebbero condannati a morire, senza conforto, sotto all'artiglio dell'aquila austriaca.
Guerra di giustizia. Gli Imperi Centrali hanno violato ogni legge, calpestato ogni senso di civilt. La violazione della neutralit belga  un marchio d'infamia per la Germania. La condotta barbarica della guerra  una sentenza di condanna per il popolo tedesco.
Dalla distruzione di Lovanio al siluramento del Lusitana, i tedeschi si sono posti - sistematicamente - al bando del consorzio delle genti civili.
Guerra di umanit. L'intervento dell'Italia pu essere decisivo. Pu far traboccare la bilancia dalla parte della Quadruplice Intesa, pu anticipare il giorno della pace, pu significare - significher anzi! - la salvezza di centinaia di migliaia di vite umane, il risparmio di miliardi di denaro.
Guerra santa, dunque! E il popolo tutto ne ha la coscienza. Ecco perch il popolo d'Italia si appresta con una calma meravigliosa a superare questa che  la pi difficile prova della sua storia.
 la calma di coloro che si sentono forti. Poich la Forza e il Diritto sono affidati all'acciaio delle nostre spade. L'Italia pone le sue armi al servizio del diritto: ecco il sigillo che mobilita e sublima la nostra guerra.
Ecco perch la guerra dell'Italia non sar certamente condotta sul modello tedesco. Tra il Reno e la Vistola c' un popolo di barbari superficialmente incivilito o kulturizzato, ma noi non siamo tedeschi o barbari. Noi non avremo remissione per gli eserciti combattenti contro di noi e mireremo a colpire il nemico nei suoi centri vitali, ma io sono sicuro che la storia della grande guerra mondiale non avr la pagina delle "atrocit" italiane. Condurremo la guerra con energia, con coraggio, ma senza le inutili crudelt che hanno coperto d'infamia i tedeschi. Giovani soldati d'Italia, ricordatevi di essere uomini, anche nei momenti pi terribili delle battaglie! Ricordatevi di essere nati in questa terra che ha dato per due volte la civilt all'Europa.
Ed ora che l'acciaio sta per incontrare l'acciaio nemico, un grido solo erompe dai nostri petti: Viva l'Italia! Non mai come in questo momento noi abbiamo sentito che la patria esiste, ch'essa  un "dato" insopprimibile e forse insormontabile della coscienza umana; non mai, come in questo cominciamento della guerra, noi abbiamo sentito che l'Italia  una personalit storica, vivente, corporea, immortale.
Quanto tempo  passato dal giorno in cui il Metternich definiva l'Italia una "semplice espressione geografica"?
La frase insolente  capovolta.
Quanto tempo  passato dal giorno in cui Lamartine ci chiamava la "terra dei morti"?
Non lo ricordiamo. Ma ecco che da questa vecchia terra escono a migliaia, a milioni, i vivi, armati e decisi al cimento.... Essi non lo hanno subito, ma lo hanno voluto, deliberatamente, dopo lunghe discussioni, dopo tre giornate di rivoluzione che hanno rivelato al mondo attonito l'esistenza di una "nuova" Italia....
E questa Italia  tutta alle frontiere. Vi  colla sua giovinezza gagliarda, v' col suo cuore di madre trepidante e fiduciosa. Domani, se sar necessario, alla prima muraglia di uomini, subentrer una seconda, poi una terza, sino al giorno in cui il nemico fiaccato dovr chiedere merc.
Noi vogliamo vincere. A qualunque costo. A prezzo di qualunque sacrificio. Resisteremo duramente e tenacemente come hanno fatto i francesi. Anche per noi,  questione di vita o di morte.
E noi, o madre Italia, ti offriamo - senza paura e senza rimpianto - la nostra vita e la nostra morte....
MUSSOLINI.
Da Il Popolo d'Italia, N. 142, 24 maggio 1915, II.
Intervista concessa al Corriere della Sera, la sera del 20 ottobre 1914. (Dal Corriere della Sera, N. 291, 21 ottobre 1914, 39).
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FINE.